Milano, 19 febbraio 2021 -  Tutto cominciò quella notte di un anno fa. Il grande sogno dell’Atalanta, l’enorme tragedia per Bergamo e la sua provincia. Il paziente uno, che sarebbe stato individuato due giorni dopo a Codogno, ancora non aveva un nome, ma il virus sì. Circolava velocemente il Covid 19, soprattutto in Lombardia, nei locali e negli uffici, ma anche nei luoghi all’aperto dove ignara la gente si assembrava. Come sempre.

Non è un caso che per tanti, non solo per i virologi, la storica notte di San Siro del 19 febbraio del 2020, con mezza Bergamo che traslocò a Milano per seguire l’Atalanta nell’andata degli ottavi di finale di Champions contro il Valencia, verrà pure ricordata come l’evento scatenante una tragedia collettiva di dimensioni che nessuno avrebbe immaginato. Una semplice partita trasformatasi in un moltiplicatore di contagi, il detonatore di quello che il responsabile del reparto di pneumologia di Bergamo ha poi definito "una bomba biologica".

Passo indietro. Chi scrive ricorda bene quella serata che ha permesso di raccontare le gesta di una notte di sport indimenticabile. Sugli spalti di San Siro 45.792 spettatori (tutti sistemati nel primo anello), l’odore della salamelle all’esterno fra bandiere e sciarpe nerazzurre che sventolavano nell’attesa del match, selfie-ricordo in curva e in tribuna stampa da far vedere a colleghi, amici e nipotini per la serie “io c’ero“. Poi la gara. Spettacolo.

Tremava tutto lo stadio all’urlo “The Champions”, sulle note dell’inno che accompagnava in campo le due squadre. Mai l’Atalanta si era affacciata dal balcone della nobiltà (calcistica) europea, mai Bergamo era stata così in alto. Altissima e orgogliosa. Trascinata dal popolo nerazzurro che aveva invaso la Scala del Calcio, la meravigliosa Dea stravinse la sfida più importante dei suoi 113 anni di storia, annichilendo (4-1) il Valencia nel primo dei due round (al ritorno avrebbe “sbancato“ anche il Mestalla, qualificandosi per i quarti di finale). Una partita dalle mille emozioni, con il solito calcio d’attacco di Gasperini, brillante, veloce, spietato. Pur senza Zapata l’Atalanta riuscì a “dominare“ quel Valencia grintoso ed esperto ma “incerottato“, che aveva provato in tutti i modi a far saltare i piani (e i nervi) dei nerazzurri. Prima lamentandosi del terreno di gioco di San Siro, poi graffiando con qualche giocata di qualità. I bergamaschi replicarono con le loro armi migliori, pressing e rapidità nel palleggio. E così arrivarono i gol di Hateboer (16’), lo spavento per il palo di Ferran Torres, il raddoppio di Ilicic con un fantastico destro dalla distanza. Seguì una ripresa infarcita di errori ed emozioni, con il 3-0 di Freuler (altra prodezza balistica) a mandare in estasi San Siro prima di un nuovo acuto di Hateboer (doppietta personale), in contropiede. Abbracci, cori, un frullatore di emozioni condivise da tutto lo stadio. Il gol della bandiera di Cherysev non rovinò la notte (quasi) perfetta dei nerazzurri. E un ritorno festoso a casa, col serpentone d’auto colorato e rumoroso sui 40 chilometri della A4 che separano Milano da Bergamo.

Purtroppo nessuno poteva immaginare quel che sarebbe accaduto pochi giorni dopo. La città orobica epicentro della pandemia. Migliaia di ricoverati, centinaia di morti, l’impotenza e i sacrifici di medici e infermieri, la disperazione di medici e infermieri. C’è anche il dubbio che il virus possa essere arrivato da fuori, con 2500 spagnoli arrivati per la partita e mescolatisi inesorabilmente con altre persone, dentro e fuori dallo stadio o anche soltanto nel trasporto per raggiungere le varie zone (primo morto accertato per Coronavirus in Spagna è deceduto a Valencia il 13 febbraio, sei giorni prima della notte di San Siro). La certezza è che a Bergamo e provincia in poche settimane morirono tante, troppe persone. Giovani, adulti, anziani. Famiglie intere sterminate.

E resta la testimonianza agghiacciante del capo storico dei tifosi bergamaschi Claudio Galimberti (detto il Bocia) che in un’intervista rilasciata a “Il Giorno“ nei primi giorni di marzo disegnò uno scenario preciso di quanto accaduto e a cui nessuno aveva ancora pensato. "Tutto è cominciato il 19 febbraio, la maledetta sera della partita di Champions col Valencia... Non è un caso che due giorni dopo ci sia stato il primo “positivo”. Dopo quella partita tanti papà di miei amici tifosi e i supporters stessi sono stati contagiati e si sono sottoposti alle cure". E ancora. "Una sofferenza che non si può immaginare - spiegava lo storico leader della “Pisani“ - pagando poi gli assurdi sbagli fatti all’inizio. La zona rossa andava delimitata subito. Nelle case di cura ci sono anziani che soffocano in assoluto abbandono... una strage di innocenti". Poi l’ultimo drammatico appello: "Vi prego, ve lo chiedo col cuore in mano: salvate Bergamo dal massacro, aiutate i miei concittadini, perché la situazione è drammatica. Non si può accettare che la gente muoia così". È la triste storia di un dramma annunciato. E che forse, con un po’ più di attenzione, poteva essere almeno limitato.

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