Stefano Accorsi in scena
Stefano Accorsi in scena

Milano, 10 febbraio 2019 - Che bello se si potesse recuperare il senno sulla luna. Probabilmente ci sarebbe parecchio traffico interstellare. Per ora ci si accontenta delle magiche avventure ariostesche, uno di quei libri che al liceo sottovaluti. E poi riscopri meravigliosi. Un po’ quello che è successo a Stefano Accorsi, da qualche anno in giro con il suo “Giocando con Orlando”, da martedì in forma di assolo al Franco Parenti, grazie al prezioso adattamento (e alla regia) di Marco Baliani. Il resto è nelle mani dell’attore bolognese. Un po’ narratore, un po’ virtuoso nel trasformarsi in decine di personaggi. Fra virtuosismo e immaginazione.

Accorsi, ma Ariosto le piaceva ai tempi della scuola?

«No, per me era solo un titolo fra i tanti. È stato un caso riscoprirlo. Alcuni anni fa feci una lettura in italiano al Louvre e mi divertii così tanto che decisi di farne uno spettacolo. L’incontro con Baliani è stato fondamentale, lo spettacolo è merito della sua scrittura, del suo studio, della sua capacità di sintesi».

Come fa a trovare il tempo per il teatro?

«È complicato. Ma quando ho ricominciato dieci anni fa con “Il dubbio” di Sergio Castellitto mi sono detto: mai più senza. E infatti non ho più saltato una stagione. Anche perché l’emozione rimane la stessa, prima di salire sul palco c’è sempre quella tensione unica».

Cosa ne pensa di Orlando?

«È un po’ il primo personaggio tridimensionale della letteratura occidentale, complesso nella sua semplicità. Il più idealista e fiero fra i paladini, per gelosia si trasforma in un violento distruttore. Anche a livello psicologico c’è qualcosa di profondo, con il senno perduto recuperato sulla luna da Astolfo. Come se fossimo testimoni di una morte metaforica, a cui segue una rinascita con maggiore consapevolezza».

A quale personaggio si sente più vicino?

«Inizialmente l’empatia con Orlando è stata totalizzante. Oggi forse direi Astolfo: divertente, curioso di ogni cosa, mezzo scienziato. Non a caso è lui che parte per risolvere la situazione. Ma in Orlando mi ritrovo ancora per quel suo romanticismo assoluto».

L’ha mai vissuto?

«Sì, è capitato nella mia vita. Ed è stato una fortuna».

Che Italia vede girando in tournée? «Intanto è un’Italia che va a teatro. E per quanto sia una visione parziale, parliamo comunque di tante persone, i dati sono alti. Ti rendi poi conto del lavoro sul territorio che può realizzare un palcoscenico ben gestito, dove si mantiene vivo uno spazio di coscienza civile. C’è un tessuto connettivo di sostegno, di aiuto, di scambio. A pensarci, non sembra nemmeno la stessa Italia di alcuni slogan che passano sui mezzi d’informazione».

Cosa intende?

«Siamo un Paese variegato e costruttivo, dove anche con il teatro si concretizzano progetti e si fa indotto, costituendo ovunque reti di scambio fra centri culturali, scuole, università. In giro incontri tante persone che mettono al proprio centro pensiero e consapevolezza, aperti a chiunque desideri avvicinarsi. È come se ci fosse una parte d’Italia a cui piace urlare, con forza e con violenza; e un’altra parte che invece non ha molta voglia di urlare, eppure esiste. È solo meno rumorosa».

Nei prossimi mesi?

«Il 18 aprile esce «Il Campione», opera prima di Leonardo D’Agostini. Mentre in estate ci saranno le riprese del prossimo lavoro di Ozpetek, con cui ho già fatto tre film. Ne sono felicissimo».

Quando vedremo invece «1994»?

«È solo una questione di palinsesto. Un bell’anno su cui lavorare, con tantissimo materiale. Verrà sicuramente programmato presto».