Rendering del building Symbiosis realizzato da Barreca & La Varra
Rendering del building Symbiosis realizzato da Barreca & La Varra

Milano, 22 giugno 2020 - Se è vero che dalle difficoltà possono nascere occasioni, ecco, allora da questo Fuorisalone virtuale ci sarà comunque qualcosa da imparare. Come spesso succede quando si percorrono nuove strade, ci sono ostacoli e opportunità. E spesso le opportunità e le scoperte valgono bene la fatica di superare gli ostacoli. Cristian Confalonieri e Paolo Casati, fondatori di StudioLabo, non si sono arresi quando un gigante come il Salone del Mobile ha annullato le date.

Passato lo straniamento iniziale si sono dati da fare per non lasciare che i progetti di tanti designer cadessero nel vuoto, impresa ardua, ma in fondo una occasione per rimarcare che il Fuorisalone ha anche una sua specifica identità. Da qui il progetto, messo in piedi in due mesi, di un maxievento tutto digitale, "un mezzo miracolo - dice Cristian Confalonieri - da cui alla fine ho imparato tanto".

E cominciamo con una «precisazione»: questo Fuorisalone non finisce oggi.
"No, in un certo senso comincia oggi, perché una delle positive perculiarità di questo modo di comunicare virtuale è che sulla piattaforma digitale le aziende e i designer si potranno ”parlare” sempre, quindi c’è una espansione esponenziale, non esiste più un limite temporale definito, il digitale dà ai buoni prodotti e ai buoni contenuti una sorta di eternità".
Vuole dire che, in un primo bilancio, i vantaggi di un Fuorisalone digitale potranno portare a un ripensamento delle modalità con cui fino ad ora si è svolto il Furisalone?
"Il virtuale non si sostituirà mai al Fuorisalone in presenza, ma d’ora in poi si affiancherà di- certo. Ci sarà sempre di più una ibridazione tra i due modelli".
L’approccio digitale offre però una emozione molto diversa, in fondo il virtuale è ancora un non luogo...
"Non c’è la scoperta e non c’è il rapporto diretto, ma può essere molto utile per tante aziende, soprattutto straniere, che si vogliono far conoscere o sono già conosciute, ma non vogliono o non possono fare tante esposizioni, in presenza, nel mondo. Perché la fisicità è importante, ma il mercato americano o giapponese o brasiliano non è interessato a ”toccare” il prodotto, questa è una particolarità tutta italiana, perchè noi siamo molto legati all’artigianalità".
Quale altro lato positivo ha il digitale?
"Permette una selezione del fruitore sulla base del vero interesse. Durante il Fuorisalone degli anni passati arrivavano a Milano più di 40mila persone, meno della metà erano quelle interessate veramente, quelle con cui fare business o anche solo una presentazione del prodotto. E stava diventando un limite importante, quasi un punto debole. La piattaforma ha numeri molto minori, ma è utilizzata da un pubblico selezionatissimo di addetti ai lavori. E ha costi nemmeno paragonabili all’esposizione vera e propria".
Un punto debole del digitale, invece? "Manca il valore dell’inaspettato, manca il sentimento. Gli algoritmi non sorprendono nessuno. Per questo dico che la fisicità, la presenza ci sarà sempre, perché il design è un fatto emozionale. Ma avrà un lato digitale che offrirà altri contenuti. Un vero bilancio, anche economico, tra le aziande che si sono incontrate in questa settimana, si potrà fare però solo a fine anno".







E facendo l’intervista una riflessione sorge anche a me: parliamo di digitale come di uno sconosciuto. Ma tutto il mondo lo mastica alla grande. Non sarà che, comunque vada, urge coprire in fretta un gap tutto italiano?