Uliano Lucas
Uliano Lucas

Milano, 15 gennaio 2017 - «Fotografavo la realtà lontana dal centro, le baracche in piazza Bande Nere, i filobus affollati di operai, la Milano di Testori che oggi è leggenda ma che i grandi giornali in quegli anni ignoravano». Uliano Lucas è un pezzo di storia del fotogiornalismo, freelance per le più importanti testate italiane, ha immortalato il movimento dei capitani in Portogallo e le guerre di liberazione in Eritrea, il Settembre Nero giordano e le guerre jugoslave, ma anche la Milano degli immigrati meridionali, degli ultimi manicomi e delle periferie.

Come ha cominciato?

«La prima rivista con cui collaborai fu Il Mondo di Pannunzio, il primo quotidiano Il Giorno di Italo Pietra. Entrai in redazione, allora in via Settala, con un pacco di fotografie dell’ultima cascina rimasta nella fascia centrale, tra corso Plebisciti e piazzale Susa, abitata da operai ed emigrati meridionali. Le acquistarono subito».

Dove si è formato?

«Ai Convitti della Rinascita, ma soprattutto al bar Giamaica. Nelle vie attorno a Brera ho fatto gli incontri intellettuali e umani più importanti. Manzoni, Castellani e Ugo Mulas tra gli altri. Io avevo 18 anni e bighellonavo, fotografavo, diventammo amici».

Cosa è rimasto del quartiere?

«Il palazzo dei Gesuiti è ancora importante, fuori non c’è più nulla: una vetrina per turisti...».

Cosa fotografa di Milano oggi?

«L’obiettivo della fotografia è capire la città nei suoi cambiamenti. Raccontare Milano significa raccontarne i quartieri, il lavoro e le periferie. Ultimamente mi sono interessato a Isola, ma senza fermarmi al solito discorso della “gentrificazione”. A piazzale Lagosta c’è il vecchio cimitero dove fu sepolto Parini. Un tempo l’area era isolata dalla ferrovia, mentre oggi passa il metrò che porta fino a Bicocca, il quartiere in cui la vita di tutti era scandita dalle sirene della fabbrica Pirelli. Milano ha espresso la sua grandezza nei quartieri».

Qual è la zona che la affascina di più oggi?

«Via Padova. È diventata quello che negli anni Settanta era porta Venezia: un luogo cosmopolita, di incontro tra culture».

Con problemi di sicurezza...

«Non ne vedo. Milano è una città piccola, ha solo un milione e mezzo di abitanti».

Qual è la sfida di Milano?

«Capire cosa vuole essere nel futuro. Viveva su cent’anni di storia dell’industrializzazione e ha dovuto reinventarsi. Ma Milano è da sempre la città delle trasformazioni, basti pensare che fino ai primi del Novecento le fabbriche Pirelli erano in piazza Duca d’Aosta e interi quartieri erano grandi industrie. Tolte le fabbriche la ricostruzione è passata per esempio attraverso le Gallerie d’Italia o il Museo del 900».

Che effetto le fa trovarci dentro il suo amico Manzoni?

«Mi vien da ridere. La “merda” di Manzoni faceva sorridere negli anni Sessanta. Oggi quello è il posto giusto per celebrare uno dei più grandi geni del Novecento».

Cosa le manca della Milano di allora?

«Non ho posto per la nostalgia,la città deve modificarsi, la sfida è capire come».

Qualcuno pensa alla riapertura dei Navigli.

«La gente non sa perché furono chiusi. Per introdurre l’automobile. Riaprirli per farne una Disneyland per turisti? Milano non è Amsterdam».

Cosa servirebbe alla città?

«Bisogna ragionare a lungo termine sulla Grande Milano, capire se si potrà veramente creare, non solo a livello amministrativo, anche culturale. Potrà mai uno di Sesto sentirsi veramente milanese?».