Il Picasso da 11 milioni torna allo Stato: la Cassazione chiude il caso

"Coffret, compotier et tasse" fu venduto da Gabriella Amati, condannata per bancarotta Per i giudici, prevale la confisca a favore del Fisco sul pignoramento ottenuto dai creditori

Pablo Picasso nel suo studio

Il quadro "Coffret compotier et tasse" fu dipinto da Pablo Picasso nel 1909: vale circa 11 milioni di euro

Milano, 29 febbraio 2024 – Alla fine, ha vinto lo Stato. Tra i due litiganti, gode il Fisco, che da qualche giorno ha acquisito la titolarità di un capolavoro da 11 milioni di euro. Sì, perché la Cassazione ha respinto i ricorsi presentati dalle controparti e confermato così l’ordinanza firmata nel 2022 dal gip Anna Calabi, rendendo quindi definitiva l’assegnazione all’Agenzia delle Entrate del quadro “Coffret, compotier et tasse”, dipinto da Pablo Picasso nel 1909 e finito al centro di un’intricatissima contesa giudiziaria. La ricostruzione della vicenda ci riporta al 25 giugno 2013.

Siamo in una notissima galleria d’arte di New York: l’opera sta per essere battuta in un’asta a sette zeri, ma un blitz della polizia americana – su delega della Finanza italiana – blocca l’affare in extremis. A quel quadro ci sono arrivati per diverse strade i pm Sergio Spadaro e Stefano Civardi, titolari di due inchieste che vedono coinvolta Gabriella Amati.

Chi è? È stata per anni l’amministratrice di fatto (insieme al marito Angelo Maj deceduto nel 2012) dell’Azienda Italiana Pubblicità (Aip), incaricata dal Comune di Napoli (e non solo) di riscuotere le tasse sui rifiuti; peccato che parte di quei soldi non sia mai arrivata nelle casse dell’amministrazione partenopea, alimentando, secondo le accuse, un peculato da 40 milioni a favore di una società poi svuotata e portata alla bancarotta. I magistrati seguono il denaro e arrivano a un deposito del dipinto in Svizzera; nel frattempo, però, la tela ha già spiccato il volo per gli States.

Scatta il sequestro "per equivalente", a compensare in parte con beni materiale la cifra che la proprietaria avrebbe sottratto prima ai consumatori e poi alla sua azienda. A questo punto, compare sulla scena colui che dice di essere il vero proprietario: Fiorenzo Consonni sostiene di aver acquistato l’80% delle quote del dipinto dalla coppia Amati-Maj tra il 2000 e il 2003, con cambio di proprietà ufficializzato nel febbraio 2012. Il settantatreenne di Carate Brianza chiede la restituzione del quadro, ma per due volte il Tribunale di Milano gliela nega.

Non è finita. Il 30 maggio 2016, il Riesame accorda un altro sequestro preventivo chiesto dal pm che sta indagando proprio su quella compravendita: l’ipotesi è che la donna l’abbia simulata per "sottrarre il dipinto al pagamento di imposte sui redditi o sul valore aggiunto e di interessi e sanzioni amministrative relative a dette imposte"; e ancora, la Amati avrebbe anche "compiuto atti fraudolenti sul suddetto bene, idonei a rendere in tutto o in parte inefficace la procedura di riscossione coattiva, consistiti nel suo trasferimento negli Stati Uniti, eseguito dallo stesso Consonni".

Ed ecco il quesito: a chi spetta il quadro? All’erede di Consonni, che mette sul piatto una sentenza del Tribunale civile che nel 2022 gli ha riconosciuto la titolarità dell’80% del dipinto? Ai creditori della società fallita Aip, forti del pignoramento del bene disposto dai giudici nell’ambito della condanna per bancarotta e peculato di Amati? O al Fisco, che rivendica il sequestro preventivo finalizzato alla confisca legato alla compravendita del capolavoro? Il 12 ottobre 2022, il gip Calabi, in sede di incidente di esecuzione tra i verdetti contrastanti, decreta la prevalenza dell’interesse pubblico rispetto a quelli privati, con conseguente acquisizione dell’opera allo Stato "libera da oneri e pesi".

La decisione è stata impugnata sia da Consonni junior sia dal Fallimento Aip srl, ma nei giorni scorsi la Cassazione ha confermato il verdetto milanese, ritenendo inammissibile il ricorso dell’erede e confermando la competenza in fase esecutiva del gip. Fatte queste premesse, i giudici hanno spiegato che "il sequestro preventivo avente ad oggetto un bene confiscabile in via obbligatoria deve ritenersi assolutamente insensibile sia alle procedure esecutive individuali che a quelle collettive, prevalendo l’esigenza di inibire l’utilizzazione di un bene intrinsecamente e oggettivamente “pericoloso” in vista della sua definitiva acquisizione da parte dello Stato". Da qui ne discende l’inefficacia del pignoramento: per la Corte, i creditori possono far valere i loro diritti risarcitori su altri beni di proprietà di Amati. Non sul Picasso, che adesso appartiene alla collettività.

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