I carabinieri di Reggio Calabria hanno sequestrato ingenti quantità di droga
I carabinieri di Reggio Calabria hanno sequestrato ingenti quantità di droga

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Milano - «Sì, quello è allo stadio . Sono vent’anni che... Mi ha detto “Melo, ogni partita me ne tolgo 200 grammi, ogni partita dell’Inter”. Loro prima che arrivano si riuniscono perché sono... tutti tra gli ultras a duecento persone...". Melo , al secolo Carmelo Cimarosa, ritenuto dagli investigatori della Dda di Reggio Calabria il capo dei pusher di Scilla per conto della cosca Nasone-Gaietti, sta parlando con Antonio Alvaro alias ’Ntoni , il suo fornitore abituale di cocaina. È l’8 dicembre 2019, e un recente sequestro delle forze dell’ordine al porto di Gioia Tauro ha completamente prosciugato i canali di rifornimento dei grossisti che riforniscono abitualmente le piazze di smercio della nota località turistica da 4mila abitanti con vista sullo stretto di Messina. Così Melo e ’Ntoni , entrambi arrestati ieri dai carabinieri insieme ad altre 17 persone a valle dell’operazione Lampreda, iniziano a parlare di Milano e della possibilità di acquistare un esercizio commerciale all’ombra della Madonnina.

«Che saliamo a guardare un bar che non abbiamo i soldi per comprarlo? Che saliamo a fare?", si mostra scettico Alvaro. L’altro lo rassicura: "Lo compriamo! Li trovo io i soldi... Ti ho detto che li trovo io... ti dico che li trovo, non ti dico cavolate... che non ci fottano il bar... là quando prendiamo un poco di strada". Ovviamente, l’obiettivo dei due non è certo quello di mettersi dietro a un bancone a distribuire caffè e aperitivi, bensì quello di trovare una sorta di quartier generale per trasferire il loro business al Nord, lontano da chi potrebbe ammanettarli a breve ("A noi arrestano tutti e due insieme, te lo dico io... di qua ce ne dobbiamo andare, non puoi fare niente...", la frase riferita al maresciallo che comanda la locale stazione dell’Arma). Del resto, ragionano, il volume d’affari potrebbe crescere in maniera molto significativa:

"Là quando raccogliamo un milione, due milioni di euro, ce ne fottiamo tre cavoli! Là li raccolgono... a me hanno detto medie impressionanti, a Milano. Ogni quartiere c’è gente che fa tredici-quattordici mila euro al giorno... ogni zona... Al giorno, manaia il consolato! Non so se imbrogliano, però secondo me non c’è imbroglio...". Melo si vede già nella metropoli col fratello Silvio Emanuele. Per la “roba”, aggiunge, non c’è problema: Cimarosa sostiene di avere una carta da giocarsi a Porto Rico, dove il cognato dello zio emigrato ha contatti di alto livello. Contatti che il trentacinquenne ha pure in Lombardia, in particolare con una persona (non identificata dagli inquirenti) che avrebbe un filo diretto con gli esponenti della Curva Nord di fede nerazzurra.
«Volete salire voi? O volete che mando qualcuno io per vedere?", chiede Alvaro. "Come vuoi – replica Melo –. Se vuoi che salgo con Pasquale io salgo. Devo salire perché devo vedere pure quello di... di Milano, a quello... pure là ha un giro". "Quel ragazzo di cui abbiamo parlato noi?".

"Sì. Quello è allo stadio. Sono vent’anni che... mi ha detto “Melo, ogni partita me ne tolgo 200 minimo, 200 grammi ogni partita dell’Inter”. Loro prima che arrivano si riuniscono perché sono... tutti tra gli ultras a duecento persone...". Il trasloco sembra questione di giorni, anche se poi non se ne farà nulla, a giudicare da quanto scritto nelle 482 pagine di ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip del Tribunale di Reggio Calabria Stefania Rachele su richiesta del procuratore capo Giovanni Bombardieri e dei pm Walter Ignazitto e Paola D’Ambrosio. Eppure, Melo e ’Ntoni avevano le idee chiarissime, anche sul modo di gestire i “cavallini”: "Noi dobbiamo per forza essere presenti! La mia persona, la tua persona... devono essere per forza presenti...", chiarisce Alvaro. "Certo, è normale", annuisce Cimarosa. Di più: "Non devono avere contatti con loro, i contatti noi... dobbiamo essere noi tramite... sia da una parte che dall’altra. Hai capito? Siamo i responsabili delle situazioni".

Le indagini hanno accertato che Melo era il dominus dello spaccio: impartiva direttive su modalità di approvvigionamento e vendita, pianificava i turni dei pusher, si occupava personalmente dell’acquisto della coca e della coltivazione della marijuana, dava ordini per il recupero crediti di clienti e affiliati e custodiva le armi dell’organizzazione; il tutto in collaborazione con lo zio Angelo Carina. Alvaro, invece, garantiva al gruppo forniture costanti con l’aiuto di Cosimo Cannizzaro. Secondo gli accertamenti, Cimarosa e compagnia vendevano coca a circa 400 acquirenti tra Scilla e Bagnara Calabra, agendo sostanzialmente in regime di monopolio. Un modello che volevano replicare a Milano, prima dell’arrivo della pandemia.