Giacomo Oldrati
Giacomo Oldrati

Milano, 24 gennaio 2018 - «Prima ti ucciderò con il coltello e poi, al termine dell’agonia, ti resusciterò». Giacomo Oldrati si considerava un essere superiore, capace di disporre della vita e della morte delle sue adepte. Le vittime in questione erano quattro ragazze, l’ex compagna, due coinquiline e un’amica, finite malauguratamente sulla sua strada.

All’epoca dei fatti, consumati a Bologna nell’autunno 2012, il guru era in realtà un trentatreenne disoccupato milanese con alcune passioni piuttosto peculiari: riti e filosofie orientali, tatuaggi, teorie energetiche, pesci tropicali e coralli tossici, spade giapponesi. Un ‘santone fai da te’ con una spiccata propensione per la violenza. Una violenza di cui però non dovrà rispondere, perché i giudici bolognesi, al termine del processo, l’hanno assolto ritenendolo totalmente incapace di intendere e volere. L’assoluzione impedirà anche qualunque tipo di risarcimento alle vittime. Sono stati gli psichiatri a decretare la non punibilità di Oldrati. Il primo è stato Renato Ariatti, incaricato dal gup in fase di udienza preliminare: «Disturbo bipolare grave – ha sentenziato l’esperto – ha un vizio di mente totale. Residua una sua limitata pericolosità legata al rischio che smetta di assumere la terapia farmacologica». Proprio per ovviare a questo rischio i giudici hanno stabilito un anno di libertà vigilata, con l’obbligo di continuare a sottoporsi alle terapie che sta seguendo presso una struttura psichiatrica. Tecnicamente, però, Oldrati è libero e vive con i genitori a Milano, dove lavora come cuoco. Sta insomma cercando di rifarsi una vita. La Procura, pur chiedendo l’assoluzione, aveva invece chiesto per il giovane oggi 38enne il ricovero in una Rems, le strutture che hanno sostituito gli ospedali psichiatrici giudiziari ormai aboliti.

Quella di Oldrati è una storia che all’epoca fece molto scalpore, vista la particolarità della vicenda. Il «santone» si accanì sulle quattro ragazze nel loro appartamento di Bologna in zona Mazzini, costringendole a subire atti umilianti e vessatori. A una mise le mani intorno al collo e disse: «Devi concederti a me quando lo voglio io. Io sono un dio alla ricerca di angeli. Siete mie schiave, dovete pentirvi». Per sottometterle alle sue folli richieste le drogava con i coralli palythoa, particolarmente tossici. A una estirpò un neo con le forbici, ritenendolo la fonte di ogni male. Un’altra fu ripetutamente stuprata. Una terza fu obbligata ad autoschiaffeggiarsi, chiedendo perdono per non si sa per cosa. L’ultima sua impresa fu portare in un hotel di Monterenzio l’ex compagna e sottoporla ad angherie di ogni tipo, tanto da fratturarle il naso. Alla fine la ragazza riuscì a fuggire e dare l’allarme. E così finì la carriera del ‘guru del corallo’.