Galleria Vittorio Emanuele
Galleria Vittorio Emanuele

Milano, 22 ottobre 2019 - Da Prada a Savini fino alla Feltrinelli e a Louis Vuitton. Nella Galleria Vittorio Emanuele dei grandi marchi dell’alta moda e delle aste milionarie pur di aggiudicarsi uno spazio nel Salotto dei milanesi, molte griffe non sono in regola con il pagamento dei canoni d’affitto fissati dal Comune, proprietario dell’immobile. Il totale della morosità complessiva in Galleria fa una certa impressione: 18.819.787 euro.

Una cifra che emerge consultando le 14 tabelle fornite dall’assessorato al Demanio guidato da Roberto Tasca al consigliere comunale di Forza Italia Alessandro De Chirico, che ha presentato un’interrogazione sulla morosità in Galleria e negli altri spazi commerciali gestiti direttamente dall’area Patrimonio immobiliare del Comune. Una sorta di «operazione trasparenza» per capire chi paga e chi no nel Salotto. Chi è perfettamente in regola e chi, una volta diventato moroso, ha chiesto al Comune dei piani di rateizzazione È l’altra faccia dei numeri del Salotto. Sì, perché nel 2007 Palazzo Marino incassava «appena» otto milioni di euro dagli affitti della Galleria. Troppe locazioni a piccole associazione e agli «amici degli amici». Negli ultimi dieci anni le amministrazioni comunali guidate dai sindaci Letizia Moratti, Giuliano Pisapia e Giuseppe Sala hanno cambiato marcia e hanno puntato sulla valorizzazione economica del Salotto. Risultato: Palazzo Marino attualmente incassa 36 milioni di euro dai canoni d’affitto e punta ad arrivare a quota 40 milioni di euro nel giro di un altro paio d’anni.

Introiti messi a bilancio, certo, ma non sempre incassati nei tempi delle normali scadenze fissate al momento della firma dei contratti milionari. I più morosi – o, meglio, i marchi che hanno concordato con il Comune le più onerose rateizzazioni degli affitti non ancora pagati – sono proprio quelli legati all’alta moda. Il primo in questa particolare classifica è Prada, che ha due spazi affacciati sull’Ottagono, il cuore della Galleria. Prada deve ancora saldare al Comune 4.552.004 euro su un totale di affitto «emesso» di 11.736.509 euro. Al secondo posto si piazza il ristorante Savini, che, su un totale di 899.568 euro di affitto, non ha pagato ancora un euro rispetto al contratto sottoscritto con il Comune nel settembre 2016. Sì, avete letto bene: lo storico ristorante riconosciuto da Palazzo Marino come «bottega storica» deve ancora saldare l’intera cifra della locazione dovuto, a dar retta alla tabella del Comune. Al terzo posto c’è la libreria Feltrinelli: 837.134 euro di affitto ancora da pagare a fronte di un totale di 1.012.140 euro. Una situazione in parte dovuta anche al contenzioso tra Palazzo Marino e libreria, che fino a pochi mesi fa contestava alla Giunta municipale, davanti al Tar, i canoni d’affitto ritenuti troppo alti. Fuori dal podio ci sono altri marchi di rilievo. Massimo Dutti deve 811.116 euro su 3.191.926 euro dovuti, l’hotel Townhouse 721.837 euro su 928.962, il ristorante Autogrill 603.672 euro 2.411.528, la maison di Louis Vuitton 455.419 euro su 1.811.853 e il marchio di abbigliamento Stefanel 346.566 euro su 689.097.

Non è finita. La Banca Cesare Ponti affacciata su Piazza Duomo deve al Comune 257.976 euro su 1.029.793 euro, il Camparino (bottega storica del Salotto) 210.980 euro su 914.794, l’hotel Seven Stars 209.535 euro su 459.734 euro. Subito dopo, ci sono altri marchi di alta moda come Luisa Spagnoli (188.022 euro su 752.090), Gucci (139.601 euro su 557.837) e Armani (126.130 euro su 500.802). La libreria Rizzoli deve ancora pagare 120.896 euro su 483.412, Chanel 81.708 euro su 324.423, il ristorante Biffi 71.626 euro su 284.405, la Telecom (in uscita dal Salotto) 68.785 euro su 275.135. Il forzista De Chirico, tabelle comunali alla mano, rivendica l’operazione trasparenza e va all’attacco: «Scopriamo che solo per il “Salotto buono’’ di Milano il credito è di ben 18 milioni di euro. L’assessore Tasca, prima di voler ottenere per il Comune il massimo profitto derivante dalla messa a bando degli spazi della Galleria, dovrebbe adire azioni legali per recuperare i crediti insoluti visto che si tratta di cifre importanti e utili, ad esempio, per intervenire sulla manutenzione dei plessi scolastici».

La replica di Tasca non si fa attendere. Prima sul metodo di diffusione dei numeri («C’è un tema di privacy, De Chirico non dovrebbe rendere pubblici dati sensibili»), poi sul merito: «La bollettazione è trimestrale o, in alcuni casi, semestrale. Nell’ambito di questo sistema ci sono soggetti in affitto in Galleria che nel corso degli anni ci hanno chiesto delle rateizzazioni dei canoni di locazione perché indietro con i pagamenti. Tutto ciò che è rateizzato e non ancora pagato per noi rimane sostanzialmente come credito per il Comune. All’inizio di ogni anno, facciamo le verifiche: se ci sono soggetti che non hanno rateizzato e non pagano oppure hanno rateizzato e comunque non pagano, procediamo con le decadenze dalla locazione. Fino al 2018 non avevamo nessuno soggetto tanto moroso da procedere con la decadenza». 

Inoltre in merito ai dati diffusi, Autogrill in un anote precisa che la società "non può essere definita morosa nei confronti del Comune di Milano, poiché ha effettuato regolarmente tutti i pagamenti del canone di locazione nei termini espressamente convenuti per contratto". "Autogrill Italia S.p.A. - specifica l'azienda - è titolare  della convenzione per la concessione di alcuni spazi di proprietà del Comune di Milano all’interno della Galleria Vittorio Emanuele e tale convenzione prevede un corrispettivo annuale con una rateizzazione trimestrale anticipata del relativo pagamento. Nello specifico, con riferimento all’ultimo trimestre del corrente anno, citato nell’articolo, il pagamento pari a 603.672 euro è in scadenza il 31 ottobre".