"A questi ragazzi servono adulti credibili e scuola"

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Daniel Zaccaro con Andrea Franzoso che ha raccontato la sua storia in “Ero un bullo”

"Spesso c’è un minimo comune denominatore nelle storie di questi ragazzi: è l’abbandono scolastico. Una scuola che è mancata, ma che può diventare un’ancora anche in carcere. Che reclamano". Elena D’Incerti insegna al liceo Beccaria ed è volontaria nella sezione dei ’giovani adulti’ di San Vittore. "Non tutti i detenuti vengono a lezione, non è obbligatorio, ma chi viene non ne salta una, chiedono verifiche, compiti, come per rispondere a un bisogno di normalità - racconta -. Chi ha fatto il passo della consapevolezza chiede la scuola". E chiede anche "adulti credibili, che investano su di loro e trasmettano la passione per il sapere e il sapere fare": ne è convinto Andrea Franzoso, ex capitano dei carabinieri che oggi si occupa di educazione civica e ha raccontato anche la storia di Daniel Zaccaro, ex detenuto, nel suo “Ero un bullo“ per De Agostini. "Mi immagino questi ragazzi sovreccitati dall’idea della fuga di Natale, senza prospettiva nonostante qualcuno di loro a gennaio sarebbe uscito, incuranti delle ripercussioni. Anche Capodanno per loro è lontanissimo - spiega -, ma perché scappano? Daniel è scappato da due comunità, più attente alla burocrazia e ai regolamenti, e non dalla Kayròs di don Burgio, che aveva i cancelli aperti. Perché lì ha trovato empatia, un progetto".

"Il primo a fargli cambiare prospettiva è stato un brigadiere della Penitenziaria, non facile da manipolare, coerente, Antonino Stara - continua - è stato per lui un padre. Poi ha incontrato Fiorella, un’insegnante in pensione, che gli ha trasmesso la sua passione. Ha voluto studiare l’Inferno di Dante anche se non era in programma, perché gli dispiaceva non poterlo affrontare". Daniel è diventato educatore e sta scrivendo la tesi della laurea magistrale, che discuterà ad aprile: al centro la scuola. Che può salvare. "Serve più personale nelle carceri - conclude Franzoso -, ma quale personale? Non è una questione di numeri, non basta mettere agenti, serve personale con doti umane, come empatia e capacità di ascolto. Autorevoli. Credo che servirebbe a carabinieri, agenti, psicologi un’esperienza in comunità per puntare sul ’fattore umano’".Simona Ballatore

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