Inveruno (Milano), 15 maggio 2018 - «Speriamo che venerdì sia davvero un buon giorno…». Vito Zagaria, sindacalista che da anni segue le vicende della Italdenim, incrocia le dita. Venerdì il giudice deciderà in merito alla proposta presentata al curatore fallimentare per la ripresa dell’attività, come richiesto dal proprietario Luigi Caccia grazie alla cessione di un ramo d’azienda alla Pure demin, società di cui è amministratrice la sorella. «Il 22 avremo un incontro per la procedura del licenziamento collettivo su base volontaria - aggiunge il sindacalista -. Speriamo che sia per pochi lavoratori». In queste settimane i lavoratori non si sono presentati in azienda e aspettano con fiducia notizie dal tribunale. Tutti fanno il tifo per Caccia, anche se la ripresa occupazionale sarà per 62 dei 92 dipendenti in forza prima del decreto di fallimento. I lavoratori sono convinti della validità del progetto industriale portato avanti in questi ultimi anni dall’azienda.

«I progetti attuati da Italdenim sono all’avanguardia altrimenti non avremmo potuto firmare con Greenpeace l’ingresso nel protocollo Detox, e siamo l’unica azienda in tutto il mondo ad averlo fatto - ha commentato Davide Calcaterra, della Rsu -. Ma per poter essere pronti ad affrontare il mercato internazionale abbiamo bisogno ancora di tempo. Un campionario competitivo non lo si realizza in pochi mesi. Il tribunale ha agito da ragioniere, senza valutare le prospettive economiche che la scelta attuata da Luigi Caccia in tema ambientale avrebbe potuto generare. Il giudice ha guardato solo agli interessi dei creditori e non alle aspettative delle famiglie di un centinaio di lavoratori, che hanno maturato in questi anni una professionalità unica». L’Italdenim ha sviluppato delle tecnologie per un minor impiego di prodotti inquinanti nella produzione del tessuto jeans. Prodotti che però hanno un costo e che, al momento, il mercato non è ancora in grado di sostenere. Molte aziende di moda preferiscono ancora usare il jeans che viene prodotto in Turchia e nei Paesi asiatici, dove la manodopera incide meno sul costo del tessuto.