Milano, 22 ottobre 2020 - 

LETTERA

Milioni di persone che muoiono di fame e milioni che mangiano senza sapere esattamente cosa. La battaglia sull’uso della parola hamburger in termini commerciali è simbolica di quanti disastri siamo riusciti a combinare dalla rivoluzione industriale in poi. A danno di noi stessi. Giacomo B., Como

RISPOSTA

Potendo scegliere mi fiondo con maggior soddisfazione sulle polpette che su un hamburger, questione di casa e ricordi di sapori. Ma ormai la polpetta è diventata consumo di nicchia, ha i suoi cultori e sembra quasi guardare con sugoso distacco l’attacco all’internazionale hamburger. Uno scherzo? Non proprio, del resto non è tempo. A sollevare il problema a Bruxelles è stata la più grande associazione contadina d’Europa che chiede non venga consentito l’uso di termini da sempre legati alla carne per prodotti che non ne contengono. E qui emerge il caso dell’hamburger sottoposto all’attacco di “simili” dal cuore vegetariano o vegano. Sono in ballo quattrini e aziende. Detto che la richiesta può sembrare quasi uno sgarbo, quasi che noi consumatori fossimo incapaci di renderci conto delle differenze (con gli opportuni aromi, però...), è altrettanto evidente che se lo sforzo è quello di portare miliardi di esseri umani a un consumo più consapevole di carne favorendo così anche la sostenibilità si è iniziato nel peggiore dei modi. Con un “trucchetto”. Allora meglio che ogni prodotto abbia un nome, proprio. Gli esperti di marketing usino la fantasia. Evitando le polpette.