OLTRE 693 MILIARDI di euro di patrimonio in gestione e circa 4 milioni e mezzo di clienti. Sono i numeri delle reti dei consulenti finanziari italiani (in inglese financial advisor). Si tratta di circa 35mila professionisti che un tempo avevano un’altra denominazione. Per molti anni si sono chiamati promotori finanziari e soltanto nel decennio scorso sono stati ribattezzati consulenti finanziari abilitati all’offerta fuori sede, su richiesta delle associazioni di categoria del settore che hanno voluto così valorizzare meglio il ruolo di queste figure lavorative. Forse molti nostri connazionali non lo sanno quello del consulente finanziario è un mestiere rigidamente regolato dalla legge e non è aperto a tutti. Vi si accede dopo aver superato un apposito esame, che consente poi di iscriversi a un Albo professionale. Prima di...

OLTRE 693 MILIARDI di euro di patrimonio in gestione e circa 4 milioni e mezzo di clienti. Sono i numeri delle reti dei consulenti finanziari italiani (in inglese financial advisor). Si tratta di circa 35mila professionisti che un tempo avevano un’altra denominazione. Per molti anni si sono chiamati promotori finanziari e soltanto nel decennio scorso sono stati ribattezzati consulenti finanziari abilitati all’offerta fuori sede, su richiesta delle associazioni di categoria del settore che hanno voluto così valorizzare meglio il ruolo di queste figure lavorative.

Forse molti nostri connazionali non lo sanno quello del consulente finanziario è un mestiere rigidamente regolato dalla legge e non è aperto a tutti. Vi si accede dopo aver superato un apposito esame, che consente poi di iscriversi a un Albo professionale. Prima di rivolgersi a un professionista che dichiara di essere un consulente finanziario, insomma, è bene verificare se ha le carte in regola per operare, cioè se ha superato l’esame di abilitazione professionale ed è iscritto all’Albo. Ciò non significa, ovviamente, che a gestire i risparmi in Italia sono soltanto i consulenti. Gran parte degli investitori della Penisola infatti, si rivolge solitamente a una banca tradizionale, dove un direttore di filiale o un funzionario di sportello può dare consigli d’investimento per conto del suo istituto, pur non essendo formalmente un consulente iscritto. Quando invece il risparmiatore decide di farsi assistere da un professionista che opera fuori dallo sportello (fuori sede) allora deve rivolgersi a un consulente con le abilitazioni professionali.

Attualmente, circa il 15% dei risparmi degli italiani è gestito da consulenti finanziari iscritti all’Albo (il restante 85% dalle banche tradizionali o dalle compagnie assicurative). I financial advisor sono solitamente lavoratori autonomi che operano per una banca o un altro un intermediario finanziario con un contratto di agenzia in esclusiva, lo stesso che regola il lavoro di altri professionisti come gli agenti di assicurazione, i mediatori creditizi che vendono mutui e prestiti o i rappresentanti di commercio. Attualmente, la maggiore rete in Italia di consulenti finanziari è quella di Fideuram ISPB (gruppo Intesa Sanpaolo), che annovera tra le proprie fila oltre 5.800 professionisti che gestiscono per conto dei clienti un patrimonio di circa 250 miliardi di euro. Secondo player nazionale è Banca Mediolanum che ha quasi 4.200 consulenti (Family Banker), con un patrimonio complessivo in gestione di oltre 89 miliardi di euro. In terza posizione Fineco, con la sua rete di circa 2.700 consulenti e un patrimonio superiore a 84 miliardi di euro. Seguono Banca Generali (2.100 consulenti e 76 miliardi di patrimonio), Allianz Bank Financial Advisors (58 miliardi di patrimonio e quasi 2.100 consulenti) e Azimut (più di 1.800 consulenti e un patrimonio di oltre 47 miliardi di euro).

I financial advisor di queste reti operano con strutture snelle. Per le operazioni bancarie ordinarie il cliente di solito utilizza il conto online mentre le attività di consulenza vengono erogate attraverso uffici finanziari sul territorio o con incontri diretti. I consulenti abilitati all’offerta fuori sede costruiscono dei portafogli per la clientela di solito attraverso fondi comuni di investimento. Non vengono remunerati direttamente dai clienti ma dalla banca e dalla rete per cui lavorano, che a sua volta incassa delle commissioni dalle società che gestiscono i fondi. Non va dimenticato, poi, che nel mondo della consulenza finanziaria italiana c’è anche una componente minoritaria di professionisti che operano con un modello di business diverso. Sono liberi professionisti o società che sono definiti consulenti autonomi e iscritti in due apposte sezioni dell’Albo (una per le persone fisiche e una per le società di consulenza finanziaria autonome o scf).

Per evitare i conflitti di interesse, i financial advisor autonomi non hanno rapporti economici con le società che gestiscono i fondi, ma vengono remunerati direttamente dal cliente con una parcella (fee) proporzionale al capitale investito, quale corrispettivo dell’attività di consulenza fornita.