Milano, 27 febbraio 2020 - Tra gli effetti del Coronavirus si segnala l’incremento esponenziale dello smart working (lavoro agile). Il DL n.6 del 23 febbraio, contenente misure urgenti sul coronavirus, autorizza le imprese ad applicare fino al 15 marzo questa modalità di lavoro da remoto, aggirando la legge n.81 del 2017, che prevede tempi più lunghi e accordi individuali tra azienda e lavoratore. Prima dell’emergenza, stando all’Osservatorio del Politecnico di Milano, in Italia operava in smart working il 58% delle grandi imprese, per un totale di 570mila lavoratori. Tra il 2018 e il 2019 c’è stato un incremento del 20%, che ha riguardato anche le pubbliche amministrazioni. Quando si lavora a distanza c’è più flessibilità, contano i risultati anziché le ore passate alla scrivania, si decongestiona il traffico (e si riduce lo smog), i mezzi pubblici non sono presi d’assalto e la qualità della vita dei lavoratori cresce, perché l’attività professionale si concilia maggiormente con la vita privata. Ma c’è anche il rovescio della medaglia. Lo smart working rende più arduo il coordinamento tra lavoratori, che invece risulta più agevole quando si è tutti nello stesso ambiente fisico, e questo rischia di incidere anche sulla produttività. Inoltre, l’accesso ai dati aziendali da remoto fa crescere i pericoli per la sicurezza e la necessità di potenziare gli strumenti tecnologici e assicurativi a protezione dei sistemi operativi.