Brescia, 1 marzo 2016 - Diciotto anni per Marius George Bonoru, quattordici per Robert Emilian Mocanu. Queste le richieste del Pm Alberto Rossi nei confronti dei due romeni, 27 anni il primo e 34 il secondo, ritenuti i responsabili dell’omicidio di Roberto Ljatifi, il rom italo-serbo ucciso a coltellate all’interno della discoteca Copacabana Manele di Roncadelle nella notte tra l’8 e il 9 dicembre 2014. L’accusa nei loro confronti è di omicidio volontario aggravato dai futili motivi, anche se questo aspetto è però stato escluso dal Pm nel formulare le richieste.

I due nel processo che si sta celebrando con il rito abbreviato sono inoltre accusati di lesioni volontarie gravi nei confronti di un buttafuori del locale (venne ferito al braccio da quattro coltellate) e di della detenzione dei due coltelli con i quali hanno ferito mortalmente, diversi i fendenti andati a segno su tutto il corpo, Ljatifi. Il trentenne italo-serbo che abitava in una delle torri del quartiere cittadino di San Polo venne ferito al cuoi capelluto, agli arti, al dorso e al torace con uno dei fendenti che lo raggiunse al cuore.

A scatenare la violenza omicida una violenta lite tra due differenti gruppi, quello di Ljatifi (padre di cinque figli) e quello dei due romeni, presenti all’interno del locale. Il motivo: una canzone contesa. Dopo l’omicidio i due romeni fuggirono. Il primo ad essere catturato è stato Bonoru. I carabinieri lo hanno arrestato in provincia di Milano tre giorni dopo l’omicidio mentre cercava riparo nell’abitazione di connazionali. La fuga di Mocanu è durata invece qualche giorno di più. I carabinieri lo hanno arrestato il dicembre a Catania dove si era nascosto e da dove si stava organizzando in tutta fretta per fuggire probabilmente in Francia. Entrambi sono detenuti: Mocanu è a Caltagirone, Bonoru a Cuneo.

Nel corso del processo hanno negato qualsiasi addebito. Durante un periodo di detenzione nella casa circondariale di Ivrea Bonoru avrebbe però chiesto ad un compagno di cella, un collaboratore di giustizia italiano, di uccidere una volta uscito dal carcere il buttafuori del locale che con la sua testimonianza (ai carabinieri aveva dato alcuni numeri della targa di una delle auto usate per la fuga) lo aveva incastrato. Il collaboratore di giustizia, prossimo all’uscita dal carcere, si sarebbe rifiutato raccontando tutto ai magistrati.

Nei giorni scorsi Bonoru, che anche nell’udienza di ieri ha ribadito la sua innocenza, ha scritto una lettera in romeno inviandola sia al Pm, che alla vedova di Ljatifi. Il processo è stato aggiornato al 18 marzo, quando dovrebbe essere emessa la sentenza. Anche ieri a palazzo di Giustizia tanti i familiari e gli amici di Ljatifi che hanno atteso novità fuori dall’aula. In una delle udienze precedenti si erano vissuti momenti di tensione quando tra gli imputati e i familiari della vittima erano volate parole grosse.

di PAOLO CITTADINI