Bruno Lorandi insieme alla moglie Clara
Bruno Lorandi insieme alla moglie Clara

Brescia, 19 luglio 2019 - «Bruno Lorandi è vittima di un clamoroso errore giudiziario, ci sono le prove». C’è una nuova richiesta di revisione depositata dall’ex marmista di Nuvolera, nel 2009 condannato all’ergastolo in via definitiva per l’omicidio della moglie Clara Bugna, 55 anni. Era la mattina del 10 febbraio 2007. Lorandi, al centro di una vicenda di una drammaticità surreale, da tragedia greca, il giorno del suo sessantesimo compleanno prima delle sette saluta la donna con cui stava da quando aveva 13 anni. Esce di casa per andare al lavoro alla Edilkamin e offrire la colazione ai colleghi perché è anche l’ultimo giorno prima della pensione.

A metà mattina una telefonata dal ristorante La Scajola dove Clara lavora lo avvisa che lei non si è presentata. Rincasa in bici trafelato, e la scopre morta in salotto: è a terra, in pigiama, scalza, la cintura dell’accappatoio stretta attorno al collo. E accusa un malore. Proprio come era successo nell’aprile 1986, quando ritrovò nei boschi del monte Maddalena in città il loro unico figlio Christian, 10 anni, morto, con un filo di ferro attorno al collo. Strangolato come la madre. In circostanze mai chiarite. Un sequestro finito male? Un incidente? Per quell’omicidio Lorandi, che prima confessò il suo coinvolgimento («fui indotto», disse) e poi ritrattò, fece 7 mesi di carcere, infine fu assolto per insufficienza di prove. E il caso è tuttora un mistero. Per l’omicidio della moglie, invece, è stato condannato al carcere a vita. Per i giudici l’ha tolta di mezzo inscenando una rapina perché si era messa in testa di fare riaprire le indagini per scoprire davvero chi fosse l’assassino del bimbo. Lui però dalla cella – ora è a Verona – non si è mai dato per vinto, non ha mai accettato lo stigma della colpevolezza.

Ha scritto al Papa, al capo dello Stato, ai giornali («Clara era l’amore della mia vita. Lei sa che sono innocente e voglio solo dimostrarlo»). E per la seconda volta chiede un nuovo processo alla Corte d’appello di Venezia: nel 2018 l’aveva fatto tramite l’avvocato Gabriele Magno, presidente dell’associazione nazionale vittime di errori giudiziari. «Indagate sull’amante di Clara», la pista suggerita. Domanda respinta. Stavolta si è affidato all’avvocato Alberto Scapaticci, il suo storico legale in entrambi i processi, amico personale della coppia Bugna-Lorandi, che della vicenda conosce ogni piega. Ieri Scapaticci, che non intende suggerire piste alternative ma «fornire nuove prove e fare le cose seriamente», ha depositato l’istanza: «24 pagine più allegati, tra cui la richiesta di riapertura delle indagini sulla morte di Chrstian firmata anche da Lorandi, che teneva molto a sapere la verità – dice, infervorandosi –. Il mio è un mandato morale da parte della signora Bugna, fino all’ultimo convinta dell’innocenza del marito. La sua memoria è anche stata infangata da chi ha suggerito illazioni. Quanto a Lorandi, lo si è voluto vedere colpevole per forza. Mai sono stati fatti accertamenti».

Per smentire le «falsità» contenute nelle sentenze, il legale ha incaricato il prof Alessandro Ferrero, ordinario di Misure elettriche ed elettroniche al Politecnico di Milano, la collaboratrice, avvocato Veronica Scotti, e il borsista della Statale Marco Ladu. Servendosi della cosiddetta metrologia forense, nel 2007 solo agli albori, i consulenti hanno analizzato a fondo i consumi e i pattern energetici di casa Lorandi, ricavando una prova che scagionerebbe il marmista. Per la procura Lorandi aveva acceso il ferro da stiro per messinscena, ma l’elettrodomestico non aveva stirato. La difesa dice il contrario: «La mattina dell’omicidio alle 7 la vittima, che l’accusa ritiene uccisa tra le 7 e le 8,50, l’aveva usato per una mezz’ora. Abbiamo scoperto anche quando spruzzava il vapore». E Lorandi a quell’ora era già fuori casa: «Ha un alibi».