Coronavirus
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Brescia, 23 maggio 2020 - "Ricostruzione rigorosa dei fatti segnalati, mantenendo un approccio prudente in considerazione dell’eccezionalità della situazione e di una serie di difficoltà nella contestualizzazione delle accuse". Così, per voce del pg Guido Rispoli che ieri ha tracciato un bilancio dell’attività investigativa a tema Covid, si stanno muovendo le Procure di Brescia, Bergamo, Cremona e Mantova sulla presunta malagestione dell’emergenza. Gli uffici requirenti del Distretto da quando è esplosa l’epidemia sono alle prese con centinaia di indagini – il numero più alto a Brescia e Bergamo – tutte curate da pool ad hoc, avviate sulla scorta di esposti.

A presentarli, parenti di deceduti, persone infettate in ospedali e Rsa che lamentano l’omissione di cautele, e soggetti infettati all’esterno che denunciano cure errate. E ancora, personale sanitario e medico di ospedali e case di riposo, che crede di essersi ammalato sul lavoro per assenza di protezioni, associazioni dei consumatori, polizia giudiziaria. Ma anche l’Inail, che sta segnalando raffiche di casi Covid sul lavoro, ritenuti dall’ente infortuni. Le accuse vengono mosse a Governo e Regione (soprattutto per la mancata zona rossa a Nembro e Alzano), ai vertici di ospedali e Rsa per scelte organizzative, risorse e presìdi insufficienti, al personale sanitario a vari livelli. Le ipotesi di reato su cui si lavora sono omicidio e lesioni colpose – perlopiù nell’esercizio della professione sanitaria, aggravati dalla violazione delle norme di sicurezza sul lavoro – ed epidemia colposa. Eterogenea e “fisiologica“, sostiene il pg, la tipologia delle inchieste aperte: in maggioranza a modello 44 (a carico di ignoti), 45 (per fatti non costituenti notizie di reato) e 46 (anonimi). Ma non mancano i modelli 21, con indagati.

"Le Procure hanno effettuato poche ma importanti iscrizioni, atti dovuti che, è bene sottolinearlo, in questa fase non comportano valutazioni di responsabilità". Solo Brescia, oltre 70 fascicoli e nessun inquisito, fa eccezione. Quanto all’effettiva possibilità di accertare la verità, il pg non nasconde il percorso sia in salita: non ci sono state autopsie per contenere il rischio di contagio (in Lombardia solo l’ospedale Sacco di Milano ha ambienti idonei alle sezioni cadaveriche sicure, ndr ), né tamponi, per non dire della carenza di linee guida sanitarie univoche, che dunque complicano l’individuazione di violazioni specifiche. L’impresa è difficile, ma non impossibile: "Sarà dirimente capire se siano state adottate le scelte migliori, e se non vi siano state interferenze di tipo economico o personale".