Varese, 5 luglio 2017 - Questa storia comincia tempo fa. Nel 1969. Quando la RAI trasmette «I fratelli Karamazov» di Sandro Bolchi (un successone). Nei panni di Ivan un certo Umberto Orsini, giovane e rampante attore che ne avrebbe poi fatta di strada... E che ora torna a fare i conti con Dostoevski. Per la precisione con «Il Grande Inquisitore», celebre riflessione sull’uomo, la vita, la fede. Che poi è il modo migliore per iniziare stasera alle 21 l’ottava edizione di «Tra Sacro e Sacro Monte», il festival realizzato dall’Associazione Kentro col Comune di Varese, che per tutto il mese porta il teatro sulla Terrazza del Mosè.

Orsini, ma cosa ci racconta ancora il Grande Inquisitore?

«Ci racconta il pericolo che l’uomo non sia in grado di gestire la libertà personale, decidendo così di affidarla a qualcun altro. “L’uomo è felice di aver deposto la sua libertà ai nostri piedi”, viene detto. Si sceglie il gregge, sono pochi gli spiriti liberi. Una delle nostre prerogative pare infatti essere il bisogno di inchinarsi a qualcuno, di genuflettersi, prima di accomodarci in un confortevole formicaio. Credo che il web in questo senso sia andato ben oltre il discorso di Dostoevski».

E poi c’è la fede.

«Se Cristo oggi tornasse sulla terra, disturberebbe l’ordine che gli uomini si sono dati. Non a caso viene descritto un Cristo silente, che giustamente non può rispondere. È lì l’attualità del Grande Inquisitore».

L’arte protegge da quest’attitudine alla genuflessione?

«Sì ma Dostoevski è come se prevenisse la domanda, sottolineando come tutto questo avvenga per gli eletti, i forti. Ma tutti gli altri? Che forse ci si sia occupati solo di alcuni? Anche intorno a queste domande nasce l’inquietudine che arriva allo spettatore».

Cosa succede sul palco?

«Non faccio recital confezionati, sono serate improvvisate. Leggo, penso, inizio a parlare e poi passo al recitato se mi viene voglia. L’emozione mi proviene ancora dal rileggere la parola scritta, che continua a sorprendermi. Ma le parole sono insufficienti, come diceva Wittgenstein».

Sono pochi i suoi colleghi che arrivano a Wittgenstein.

«Però c’è invece una generazione di giovani che mi sembra più colta e preparata di molti attori di un tempo. E penso anche a grandi attori. Ma per quanto ho potuto vedere, andare più a fondo non vuol dire necessariamente arrivare con maggior forza allo spettatore. Anzi».