Varese, 30 settembre 2017 - «Ttovo questa risposta quasi offensiva». Il sostituto procuratore generale Gemma Gualdi non le manda a dire. Nell’aula della Corte d’Assise di Varese, dove Stefano Binda è processato per l’omicidio di Lidia Macchi, viene toccato uno dei nervi ancora scoperti dell’inchiesta sulla morte della studentessa trucidata con 29 coltellate, dopo essere stata costretta a un rapporto, la sera del 5 gennaio 1987.

La famiglia Macchi ha accettato la prova dolorosa della esumazione di Lidia, avvenuta il 22 marzo dello scorso anno nel cimitero varesino di Casbeno. Una settimana prima il gip Anna Giorgetti aveva affidato all’anatomo patologo Cristina Cattaneo e al suo team, con la formula dell’incidente probatorio, l’esame sul cadavere. Un esame importante per la ricerca di eventuali reperti dell’assassino e in questo caso una comparazione con l’imputato Binda. Un lavoro sicuramente immane e nello stesso tempo certosino. Per quello che si sa, sulla vittima sono state rinvenute circa 6mila formazioni pilifere. Di queste, ne sono state isolate due che non appartengono né alla ragazza né a qualcuno della cerchia familiare. Il presidente Orazio Muscato legge la risposta dell’ufficio del gip alla richiesta di informazioni sullo stato di avanzamento degli esami formulata nella scorsa udienza. La laconicità della risposta, datata 25 settembre («Il procedimento è ancora in corso») provoca la reazione del sostituto pg, che sottolinea come la Corte debba fare comprendere che è necessaria una conclusione a breve, «entro quindici giorni». «Non è possibile che io possa concludere il processo senza questi accertamenti che potrebbero essere esplosivi o irrilevanti ai fini dell’accusa». L’avvocato Sergio Martelli, difensore di Binda con Patrizia Esposito, si associa e cala un altro carico: «La risposta non perviene neppure dal giudice ma dalla cancelleria». Il presidente Muscato detta così una seconda lettera all’ufficio gip perché la comunicazione venga integrata «specificando la presumibile data delle operazioni peritali», dato che «la possibile rilevanza sul presente processo è di piena evidenza».

Dove è avvenuto l’omicidio di Lidia Macchi? Non dove viene ritrovato il corpo, secondo Mario Tavani, il medico legale che eseguì l’autopsia e la ricostruzione del delitto, e neppure secondo la difesa. I legali di Binda portano avanti la loro convinzione nel controesame del criminologo Franco Posa, consulente e teste dell’accusa, che sostiene invece che il martirio di Lidia si consumò al Sass Pinin, una zona boschiva di Cittiglio. Impossibile che uno sversamento di sangue tanto imponente abbia lasciato tracce ematiche piuttosto esigue. Impossibile che il sangue dalle ferite al collo (una alla base, le altre di lato perché la vittima si muoveva tentando una difesa) non si scaturito a schizzi, come sarebbe stato normale con la pressione di una persona così giovane. Impossibile che per tamponare il sangue siano stati sufficienti la sciarpa e il bavero rialzato del giubbotto. Che Lidia Macchi sia stata uccisa altrove è anche l’opinione dell’ispettore di polizia Cosimo Argentiero, all’epoca responsabile del gabinetto di polizia scientifica della questura di Varese. Il testimone, citato dall’avvocato Daniele Pizzi, parte civile per la famiglia Macchi, introduce un altro dei misteri di questa fosca saga. Il cadavere era stato coperto con dei cartoni. «Li prelevammo - ricorda Argentiero - e li portammo nel mio ufficio. Cercammo eventuali impronte digitali senza trovarne. Furono messi in un altro cartone che venne consegnato all’ufficio corpi di reato. Non so che fine abbia fatto». «Dei cartoni - commenta l’avvocato Pizzi - non c’è traccia in alcun atto».