Monza, 10 novembre 2017 - STAVA scontando una condanna a 18 anni di reclusione per omicidio, ma da qualche mese era riuscito a uscire di galera: Luigi Zea, 58 anni, aveva ottenuto l’affido in prova. E aveva raggiunto a Lissone

il fratello maggiore, Gennaro Zea, 62 anni, anche lui già condannato per rapina in passato (le cronache ricordano un colpo da 125mila euro - i dipendenti preasi in ostaggio - in una banca in provincia di Trento nel 2008).

Insieme, e con la complicità di un terzo soggetto, Luigi Quattrocchi, 58 anni, avevano messo in piedi una banda. Originario di Pescara (dove avrebbe dovuto risiedere dopo la scarcerazione Luigi Zea!), viveva a Cinisello Balsamo, ed era l’ultimo a essere uscito di prigione, da pochi mesi. Di lui le cronache giudiziarie ricordano la partecipazione nel 2010 al pauroso assalto alla filiale del Credito Valtellinese di Mariano Comense. All’alba del 16 dicembre, mascherati con baffi finti, parrucchee occhiali, Quattrocchi e complici si erano finti clienti facendo irruzione armati nella banca. All’arrivo dei carabinieri, uno dei banditi si era fatto scudo con un ostaggio pur di fuggire, mentre gli altri due complici, fra cui Quattrocchi, armati di pistola con il colpo in canna avevano ingaggiato una colluttazione con i militari, ma erano stati neutralizzati.

Dunque abbiamo scoperto ora che il terzetto di “amici”, una volta uscito di galera, si era rimesso in affari. Ma non ha perso il vizio. E lunedì mattina scorso ha preso d’assalto gli uffici amministrativi di una cooperativa alla periferia di Seregno, zona San Salvatore: la Curry srl, specializzata in ristorazione. Quel giorno i tre banditi sapevano che clienti e associati della cooperativa avrebbero varcato l’ingresso della palazzina di uffici in via Bevera 12 e avrebbero depositato i soldi per i loro contratti.

Uno dopo l’altro, avrebbero però trovato ad attenderli il terzetto di rapinatori, pronti a prenderli in ostaggio, rinchiuderli in uno stanzino e ovviamente alleggerirli al contempo dei loro quattrini: 41mila euro, messi insieme nel giro di tre ore e mezza.

Tanti? Pochi? Era quello che si attendevano oppure pensavano di trovarne di più? Domande a cui cercheranno ora di rispondere gli investigatori.

Intanto vale la pena approfondire i profilo dei tre banditi.

Gente “scafata” - dice il loro curriculum - con parecchi anni ed esperienze criminali sulle spalle, abituata a non tirarsi indietro davanti a nulla pur di raggiungere i propri scopi. Il più pericoloso era forse appunto quello che aveva già ammazzato. Il più giovane degli Zea, i due fratelli originari di Foggia ma trapiantati in Lombardia. Il 29 marzo del 2002, assieme a cinque complici, aveva dato l’assalto alla filiale della Banca Antoniana Veneta di via Lombroso, al mercato ittico di Milano.

Una guardia giurata, il povero Gennaro Paragliola, 49 anni, tre figli, dipendente della Mondialpol, aveva provato a reagire ma i banditi lo avevano disarmato. Zea lo aveva bloccato tenendolo fermo, mentre uno dei suoi complici gli sparava a bruciapelo, dall’alto in basso, come un’esecuzione.

Poi, i due erano risaliti in macchina ed erano fuggiti con il “palo” della rapina, mentre gli altri due complici, che erano ancora all’interno della banca, avevano dovuto a loro volta darsela a gambe in anticipo con “appena” 18mila euro in contanti.

Sulla scena, però, proprio Luigi Zea aveva perso il berretto da baseball che indossava.

Tre anni più tardi, il Dna trovato al suo interno aveva contribuito e non poco a consentire agli investigatori di mettere le mani su tutta la banda. «Rapinatori violenti, pericolosi» li aveva definiti l’allora procuratore capo di Busto Arsizio, Antonio Pizzi (destinato anni dopo a guidare proprio la Procura di Monza) mentre chiudeva un’indagine che aveva condotto all’arresto di tutta la banda. Una batteria criminale a cui erano state attribuite sette rapine a banche e portavalori.

Una banda che agiva armata di pistole, sfollagente, bombe a mano. E che non si era fermata neppure davanti alla possibilità di uccidere una guardia giurata che era stata di intralcio.

Solo uno dei banditi era rimasto uccel di bosco, mai identificato. Chissà chi è. Chissa dov’è.

«Questi arresti non ci ridaranno mio padre. Però salveranno la vita di altre persone, questo è certo» commentava Giuseppina Paragliulo 12 anni fa, dopo l’arresto di Luigi Zea e della sua banda.

In realtà Luigi Zea si era rimesso in pista, ma per fortuna ha incontrato i carabinieri del Gruppo di Monza sulla sua strada prima che ci scappasse ancora il morto.