Milano, 19 gennaio 2017 - Si difende Osman Matammud dall'accusa di sevizie, omicidi e stupri commesse nel centro di raccolta migranti di Bani Wahid. «Anch'io sono stato torturato con scariche elettriche come gli altri 500 che erano nel capannone, sono un profugo sbarcato in Italia su un barcone e cercavo di raggiungere mia moglie e mia figlia in Germania, non c'entro nulla con quelle violenze e chi mi accusa forse appartiene a qualche clan somalo rivale». Così per circa tre ore, stando a quanto spiegato dal suo legale, il 22enne arrestato a Milano con l'accusa di aver sequestrato centinaia di migranti in un campo di raccolta da lui gestito in Libia, di averne uccisi quattro e sempre là di avere seviziato e stuprato decine di donne. Come spiegato dal difensore Gianni Carlo Rossi, il presunto torturatore ha mostrato al giudice delle «cicatrici» sulla parte inferiore delle gambe, raccontando di essere sfuggito a una strage in Somalia dove sono rimasti uccisi il padre, «un funzionario governativo all'epoca di Siad Barre», e la sorella. Sua madre, ha detto al gip, «ha venduto la casa a Mogadiscio e ha pagato per il mio viaggio 7mila dollari come gli altri».

Il legale ha chiarito di aver presentato al gip Anna Magelli, dopo l'interrogatorio di garanzia a San Vittore, una richiesta di «immediata scarcerazione». Ora secondo il difensore, tra l'altro, si tratterà di raccogliere, anche da parte degli inquirenti, «tutta la documentazione utile, come il foto segnalamento, dove lui dice di essere sbarcato per poi essere trasferito a Torino, e bisognerà cercare di rintracciare e sentire la moglie in Germania».

Sempre stando a quanto riferito dall'avvocato, Matammud ha descritto «per filo e per segno tutte le tappe del suo viaggio-odissea, iniziato alla fine del 2015, dalla Somalia all'Italia, passando appunto per quel centro di raccolta in Libia dove anche lui è stato picchiato e torturato per alcuni mesi, prima che la madre riuscisse a fare avere tutti i 7mila dollari ai trafficanti di uomini». Matammud, ora in isolamento in carcere, ha spiegato che il centro era gestito «da libici», mentre lui è somalo, mentre in altri passaggi del viaggio tra i trafficanti c'erano anche «sudanesi, ma non certo somali». Nel centro, comunque, lui ha detto di non aver mai visto personalmente «stupri e omicidi».

Ha sostenuto anche di non aver mai conosciuto i migranti (nemmeno le due minorenni, le prime a indicarlo a Milano), una decina in tutto, che lo accusano nei verbali di violenze terribili, se non uno di loro con cui fece «il viaggio sul barcone fino in Italia» e con cui aveva avuto «contrasti» durante la traversata in mare. Con lui avrebbe, poi, litigato ancora, stando alla sua versione, fuori dall'hub di via Sammartini, nei pressi della stazione Centrale di Milano, a fine settembre, prima di essere fermato. A suo carico pende anche, infatti, una prima ordinanza cautelare in carcere per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Come riferito dal difensore, Matammud ha fornito una serie di dettagli «precisi e impressionanti» come, ad esempio, il fatto che, una volta partiti dalla coste libiche con un barcone, «vennero intercettati dalla polizia libica, costretti a rientrare sulla costa, a far arrivare altri soldi ai trafficanti prima di ripartire verso l'Italia». Dopo Torino, e prima di arrivare a Milano, è passato per Firenze «perché la madre gli aveva fatto avere l'indirizzo di un connazionale». Per il difensore anche il fatto che «non abbia un soldo e sia così giovane stride con quelle accuse terribili di gestore di un campo di torture». Ed è pronto anche a chiedere una perizia medico legale al gip per verificare se quelle «cicatrici siano segni di sevizie». Per il 27 gennaio è fissato un incidente probatorio per ascoltare le vittime.