Milano, 18 aprile 2017 - Un detenuto in permesso non rientra (è già successo sei volte quest’anno) e il carcere di Bollate torna al centro della polemica. Un sindacato autonomo di polizia penitenziaria attacca («Sta diventando un carcere troppo autoreferenziale, le istituzioni intervengano») ma Cgil, Cisl, Uil e le altre sigle difendono il “modello”: «La vicenda delle evasioni - dicono - non può e non deve rappresentare il mirino per qualche “cecchino” pronto a sparare addosso ad un istituto che è stato realizzato per promuovere progetti avanzati di reinserimento dei detenuti».

Luigi Pagano, provveditore regionale alle carceri: sei evasioni dall’inizio dell’anno, che succede a Bollate?
«Non è un buon momento, questo mi sembra del tutto evidente ed è chiaro che, come sempre abbiamo fatto, analizzeremo ogni singolo caso per accertare se ci siano stati o meno errori e se qualcuno di quegli eventi fosse prevedibile. Ma eventi del genere non possono portare a mettere in discussione la serietà, la professionalità di chi opera a Bollate». 

Ma i sei evasi quest’anno sono ancora liberi?
«Due si sono costituiti quasi subito, uno è stato arrestato dai nostri agenti. Due di quelli non rientrati erano in permesso premio e fra l’altro non era la prima volta che ne usufruivano». 
Chi attacca sostiene che Bollate sia un «trampolino di lancio verso la libertà anticipata».

È davvero così?
«Accusa gratuita, mi permetto di dire. Il trattamento in carcere non è fine a se stesso ma deve porsi come mezzo utile a favorire il reinserimento sociale del condannato, per cui, ove concorrano le condizioni giuridiche previste dall’ordinamento, prosegue con attività che si svolgono al di fuori del carcere e che costituiscono una sorta di messa alla prova. Appunto per questo, parliamo di uomini non dimentichiamolo e non di macchine, è naturale che, nonostante tutte le cautele adottate, permanga sempre un pur minimo margine di rischio».

Ma è altrettanto chiaro, lo dicono gli studi di ricerca, che chi resta in cella per l’intera durata della pena, una volta fuori ha molte probabilità in più di tornare a delinquere. Non è così?
«Certamente, altrimenti il nostro lavoro non avrebbe senso. Diverse ricerche hanno provato che coloro i quali partecipano ad attività trattamentali o usufruiscono di misure alternative, terminata la pena delinquono 70 volte di meno rispetto a chi ha scontato tutt’altra pena in stato detentivo. Vorrei che questo dato si tenesse presente quando si imbastisce l’ennesima, ricorrente polemica sui regimi alternativi al carcere, perché questi numeri certificano una riduzione netta della recidiva. Tradotto, significa che vi saranno meno delitti, ovvero maggiore sicurezza sociale e migliore protezione per tutti i cittadini».

Si parla degli evasi, ma quante persone a Bollate sono impegnate in attività?
«A Bollate abbiamo oltre 1.200 detenuti e cerchiamo di impegnarne quanti più possibili in attività lavorative: 150 sono assunti da ditte private che hanno istituito all’interno postazioni di call center, riparazione di elettrodomestici, falegnameria; altri 244, invece, lavorano alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria. Sono presenti in istituto, poi, corsi di formazione professionale, scolastici, teatrali. In regime extra murario, invece, 190 sono gli ammessi al lavoro esterno (in cento, per esempio, hanno lavorato per Expo 2015, mentre una decina, gratuitamente, di recente a risistemare la vegetazione dell’Idroscalo); 23 sono in semilibertà e tornano a dormire dentro la sera. E infine, nel 2016 sono stati ben 320 quelli a cui la magistratura di sorveglianza ha concesso una misura alternativa alla detenzione».

Di fronte a questi numeri, possibili evasioni sono un rischio accettabile?
«L’evasione rimane un dato negativo, un insuccesso, sarebbe pericoloso e ipocrita ignorarlo, e nessuno di noi è così superficiale da farlo, ma, ribadisco, se è necessario tentare con tutti i mezzi di ridurre ogni rischio, nessuno potrà mai garantire che lo si possa azzerare. Però sulle base delle considerazioni fatte in precedenza rimango convinto che siano di gran lunga maggiori i risultati positivi in termini di umanizzazione della pena e di sicurezza sociale che grazie a queste misure si determinano».