Mantova, 8 febbraio 2017 - Un business di dimensioni miliardarie (in euro) in un settore – quello dell’energia – dove la crisi ha picchiato duro. È il momento del riscatto per il consolidato sistema delle centrali elettriche lombarde che tra alti e bassi alimenta una delle grandi locomotive industriali d’Europa. L’occasione d’oro arriva dalla Francia, un Paese che in genere l’energia elettrica la esporta grazie al nucleare: qualche mese fa però le autorità d’Oltralpe hanno dovuto bloccare 23 delle loro centrali atomiche, e il sistema francese è stato costretto a chiedere all’estero ciò che non poteva più produrre a casa propria.

La manutenzione durerà parecchi mesi, forse un anno, e a beneficiarne saranno senza dubbio gli impianti lombardi, oltre al resto del sistema energetico italiano che riuscirà a raggiungere gli elettrodotti francesi. La conseguenza immediata è che le centrali della regione sono tornate a marciare a pieno regime. Alcuni esempi concreti vengono dal Mantovano: gli impianti di Sermide e Ponti sul Mincio (rispettivamente di 1.140 e 400 megawatt di potenza) posseduti da A2A, dopo anni di magra, legata soprattutto alla crisi industriale ma anche all’avvento delle rinnovabili, stanno lavorando al limite della potenza. A Ostiglia, acquistata dai cechi di Eph, le turbine da 1.150 megawatt sono tornate a girare al massimo.

E sono fioccati anche i ricavi: tra gli addetti ai lavori gira la notizia ufficiosa che la centrale abbia incassato in un solo giorno un milione e mezzo di euro. Ma la ricaduta positiva dell’attuale congiuntura si verifica in tutti gli impianti lombardi. Lo conferma, cifre alla mano, Marco Sambenedetto, bresciano, segretario provinciale della Filctem (tessile, energia) della Cgil mantovana e responsabile del settore per tutta la Lombardia: «Il prezzo del megawatt si è moltiplicato. Basta guardare on line il Gme, il Gestore del mercato elettrico, la piazza Affari dell’energia. L’altro giorno si contrattava un megawatt a 173 euro, pochi mesi fa era a 40-50. E potrebbe arrivare a 200». Il vantaggio degli impianti termoelettrici lombardi, spiega il sindacalista, è che sono modulabili, mentre non lo sono né quelli nucleari né gli idroelettrici. Quindi è possibile produrre energia quando serve. E ora serve per venderla ai francesi. Nella regione le centrali interessate all’affare sono una dozzina circa (dati Terna aggiornati al 2015 ma attendibili anche per il 2016).

A2A, oltre ai due impianti mantovani, controlla quelli di Cassano d’Adda (970 mw) e Turano Lodigiano (770). I cechi di Eph hanno Ostiglia e Tavazzano (1.450 mw). Ci sono poi gli impianti di Voghera (proprietà Engie 380 mw), di Cologno e Boffalora Ticino (Edison Trading, da 100 e 80 mw) e Turbigo (Iren Energia, potenza 1.740 mw). C’è infine una piccola centrale a Cuvio e ci sono quelle dell’Eni a Mantova e a Ferrera Erbognone, nel Pavese (per 540 e 1.040 mw): queste ultime vengono usate per alimentare le industrie chimiche di Eni ma, col settore chimico in crisi, vendono anche loro energia.

Si può quantificare il giro d’affari indotto dal blocco del nucleare francese? Gli esperti stanno facendo i conti ma non è facile, visto anche le possibili compensazioni con debiti di energia o denaro contratti con i fornitori d’Oltralpe. Si tratta sicuramente però di un business miliardario. Basti pensare che in stagioni normali l’Italia esporta il 4% dell’elettricità che produce. La quantità è in terawatt (ognuno un milione di megawatt) ed è destinata a moltiplicarsi: se anche un mw costasse 100 euro il conto salirebbe comunque alle stelle. «La morale di tutta questa storia – conclude Sambenedetto – è che sarà meglio tenerci strette le nostre centrali e non invidiare troppo il nucleare altrui: finché va, produce energia a prezzi irrisori, ma alla lunga presenta il conto. E che conto».