Castano Primo (Milano), 16 marzo 2016 - «A me non basta un solo ergastolo, non mi arrendo finché tutti non avranno ciò che si meritano». Sono queste le parole a caldo di Simona Mannina, dopo la sentenza di primo grado pronunciata dalla Corte d’Assise del tribunale di Rimini alla fine di una camera di consiglio durata oltre otto ore contro il fornaio Dritan Demiraj, lo zio Sadik Dine e Monica Sanchi (leggi l'articolo). Una condanna che ha lasciato l’amaro in bocca quella per il duplice omicidio del castanese Silvio Mannina (strangolato con un cavo elettrico il 28 febbraio 2014 a Rimini e poi sepolto in una buca in una buca alla cava di Santarcangelo di Romagna), e della ex compagna Lidia Nusdorfi (accoltellata il giorno dopo Mannina al sottopasso della stazione di Mozzate, in provincia di Como).

Se infatti per Demiraj e la Sanchi sono state accolte le richieste del pubblico ministero (ergastolo, isolamento diurno per un anno e otto mesi e tolta la patria potestà per lui e trenta per lei), per Sadik Dine la condanna è stata tenue: cinque anni a fronte dell’ergastolo chiesto invece dal pm. Non ci sarebbero infatti prove sufficienti per dimostrare che lo zio fosse presente al momento dell’omicidio. Di conseguenza la condanna non riguarda l’omicidio ma solo l’occultamento di cadavere. La famiglia di Mannina fa già sapere che è intenzionata a ricorrere all’appello.