Milano, 3 settembre 2017 - Alle radici dei crimini. Serve intelligenza analitica. Ma soprattutto capacità d’entrare in relazione con chi commette un delitto. Il buon poliziotto è un sensibile indagatore dell’anima. Come il commissario Lucas, protagonista de “Il Sorcio” di Georges Simenon, Adelphi: l’ex spalla del più noto commissario Maigret, ma qui in azione solitaria, insomma un “Maigret senza Maigret”. Tutto parte da un portafoglio zeppo di migliaia di dollari, trovato da un barbone, Ugo Mosselbach, detto “il Sorcio”, in un’auto ferma a pochi passi dall’Opéra, a Parigi. Accanto, c’è un cadavere. In una sera piovosa di giugno comincia così una sarabanda d’avvenimenti che coinvolgono uomini d’affari, ragazze avventurose e truffatori privi di scrupoli, sino all’omicidio. Sullo sfondo i quartieri eleganti e i grandi alberghi tra place Vendôme e gli Champs-Élisées. Lucas rivela sorprendenti capacità d’investigatore, come il suo ex capo. Sornione, paziente, logico. Capace d’avere, della vita e del crimine, una visione disincantata.

Come fa anche il commissario Luigi Alfredo Ricciardi, della Regia Questura di Napoli negli anni Trenta, protagonista di “Rondini d’inverno” di Maurizio De Giovanni, Einaudi. Un teatro, lo Splendor, è lo scenario della sua ultima avventura. Lì muore Fedora Marra, attrice bellissima, uccisa da un colpo di pistola sparato dal marito, grande attore al tramonto: proiettile vero, invece del colpo a salve previsto dalla sceneggiatura, mentre tutti cantano “Rundinella”. A teatro si indaga, scoprendo sogni ingannevoli, tradimenti e vendette. Dal teatro viene la voce d’una ragazza incattivita: “Mi dispiace, brigadie’. Mi dispiace d’aver sparato al commissario Ricciardi…”. Rischi del mestiere anche per Salvo Montalbano, il commissario di Andrea Camilleri, in “La rete di protezione”, Sellerio. Invecchia, Montalbano. E in una Vigata diventata set d’una troupe Tv svedese in cerca del “tipico” della Sicilia anni Cinquanta, infastidito da tanta finzione cerca di dipanare il mistero d’un suicidio di tanto tempo fa e di venire a capo d’un caso di bullismo web che coinvolge i ragazzi della scuola locale. Legami antichi tra fratelli. E dolore hi tech.

Il rovello di Montalbano è sempre tagliente: cosa passa nel cuore e nell’intelligenza delle persone che soffrono? Cosa scatena un delitto? Emerge, faticosamente, la verità. E le giovani generazioni si rivelano migliori di quel che si pensa. Sullo sfondo, la necessità d’una nuova e antica rete di relazioni umane e civili. Montalbano si dichiara ammiratore d’una commedia di Jean Giradoux, “La guerra di Troia non si farà” e della frase cardine del testo, detta da Ulisse a Ettore, cercando legami profondi per scongiurare la guerra: “Andromaca ha lo stesso battito di ciglia di Penelope”. Quella somiglianza non ebbe effetto. Ma nulla vieta comunque di riprovarci, in una contemporaneità mediterranea che ha bisogno di migliori equilibri.