Brescia, 8 marzo 2017 - Il suo sguardo ha attraversato città e paesi, rendendo memorabili situazioni, volti, confini e guerre. Francesco Cito è uno dei fotoreporter italiani più significativi e apprezzati, sia in Italia che all’estero. Oggi alle ore 18, al Festival della Fotografia di Brescia, presso il Mo.Ca ( via Moretto 78), il fotografo incontra il suo pubblico. Nato a Napoli nel 1949, d’adozione milanese, Cito ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali, fra cui il World Press Photo, premio San Pietroburgo, Canon Mondadori. I suoi reportage sull’Afghanistan, la Palestina, la guerra del Golfo, il palio di Siena, hanno lasciato tracce indelebili nella storia della fotografia. Con bianchi e neri contrastati, l’utilizzo spietato del grandangolo ha saputo rendere immortale anche la banalità del quotidiano.

Come ha scoperto la fotografia?

«Da ragazzino guardavo Epoca, le foto di Walter Bonatti, pensavo che solo quello fosse il reportage. Nel 1972 mi sono traferito a Londra per iscrivermi a una scuola di fotografia ma costava troppo. Ho fatto il lavapiatti e intanto scattavo, finché “Radio Guide magazine”, un settimanale musicale pop-rock, mi ha assunto. É stata la mia scuola, la prima redazione che ho frequentato. Dopo più di un anno mi sono licenziato e ho ricominciato come free-lance: per affrontare certe tematiche devi sentirti libero. La mia prima copertina importante è uscita su “The Sunday Times” per il reportage “La Mattanza”. Avevo fatto la scelta giusta. Nello stesso anno i russi hanno invaso l’Afghanistan e sono partito, ci sono tornato fino al 1998».

Quando ha deciso di rientrare in Italia?

«A metà degli anni Ottanta, dal 1983 avevo iniziato a seguire la Palestina, i suoi conflitti. É una terra che amo, in cui ho scattato le foto che mi sono più care, fra cui il gruppo del nascente esercito popolare palestinese, i volti incappucciati per non essere riconosciuti dai delatori, l’unico visibile è quello di un neonato avvolto nella kefiah. É l’immagine di una novella Natività, è il 1989 e siamo in piena Intifada».

Quanto è cambiato il reportage?

«Non c’è più la possibilità di raccontare, molti giovani si orientano verso questa professione ma è sempre più difficile emergere, anche per questo, propongono foto di grande effetto, pensate per vincere premi. Per creare una storia ci vuole cultura, capacità di entrare in relazione. La mia formazione è stata all’interno delle redazioni italiane e straniere, se dovevo lavorare per Epoca non fotografavo come avrei fatto per Stern, sapevo che erano due mondi differenti».

Quanto è cambiata l’immagine con le nuove tecnologie?

«Il digitale sopperisce aspetti tecnici che prima erano più problematici, però la fotografia è sempre meno riflessiva. Non uso il photo-shop se non per piccole correzioni, ma quelle si possono fare anche quando lavoro con la macchina fotografica analogica, in camera oscura ci sono sempre stati interventi. Non è onesto falsificare la realtà di una foto, nel reportage non si deve utilizzare il photo-shop per omettere o aggiungere elementi.

Perché per anni ha fotografato i matrimoni a Napoli?

«Mi piaceva l’idea di dissacrare l’aspetto roboante della cerimonia e poi, a volte, devo proprio uscire dai miei argomenti».