Buccinasco (Milano), 15 maggio 2018 - "Aiuto, il mio amico sta morendo". Il grido arriva da un ragazzino di 12 anni, è su un campetto da calcio di fianco al più grande, quello dove i giocatori milanesi della squadra La Spezia disputano le partite del campionato. È ora di pranzo, non c’è nessuno sugli spalti, sono tutti al bar a mangiare prima dell’inizio del match. Nel quadrato di gioco più piccolo, i classe 2006 stanno tirando qualche calcio al pallone, come riscaldamento.

"Aiuto", grida uno dei giovani calciatori. Dino Tripodi è al telefono, sente l’urlo, si precipita. "Ho visto uno dei bambini con la faccia nell’erba, era caduto, privo di sensi, non rispondeva, era come paralizzato", ricorda con un filo di voce, ancora con il cuore in gola per quegli attimi che gli sono sembrati infiniti. "L’ho girato, ho visto che aveva la bava alla bocca e la mascella serrata, ho cercato di aprirgliela ma era stretta. È arrivato un ragazzo e gli ho detto di continuare a provare. Poi ho iniziato a fargli il massaggio cardiaco. A ogni colpo su quel piccolo sterno dicevo: svegliati, ti prego, svegliati". Dino ha 49 anni, di giorno fa il meccanico a Piacenza, 80 chilometri di distanza da dove vive, Buccinasco, stretto hinterland milanese. Di sera e nei weekend, allena i bambini al GS Assago 1968, storica società sportiva.

Da nove anni ha a che fare con i piccoli calciatori. "Ho seguito il corso di primo soccorso per intervenire sui ragazzi – racconta –, per questo non mi è salito il panico, ho mantenuto la calma in quei momenti atroci. Dopo, però, sono scoppiato a piangere. Quando ho visto quel ragazzino aprire gli occhi, mi è salito un brivido". Il 12enne passa minuti terribili, fatali. Poi Tripodi lo aiuta nella ripresa. La corsa in ambulanza, l’arrivo al pronto soccorso: il bambino sta bene. "Quando l’hanno caricato sull’ambulanza mi sono inginocchiato, l’adrenalina è scesa tutta di colpo, mi sono messo le mani in faccia. Non mi ero reso conto di nulla, si è avvicinato uno degli altri genitori e mi ha detto: gli hai salvato la vita. E lì ho realizzato", ricorda l’eroe, a cui l’appellativo però sta scomodo. "Mi ha chiamato anche il sindaco di Buccinasco per ringraziarmi, ho ricevuto un sacco di telefonate, ma non sono un eroe – alza le spalle – ho solo agito come avrebbero fatto tutti. Ho due bambini, la prima cosa che ho pensato è che potevano esserci loro a faccia in giù su un campo da calcio".