Bolzano, 22 febbraio 2021 - "Se vogliamo guardare alla partecipazione di Alex alle Olimpiadi di Tokyo, bisognerà fare molto presto istanza al Comitato Olimpico Internazionale che è ente supremo in modo che possa verificare tutta questa incredibile situazione". Così Gerhard Brandstaetter, avvocato bolzanino che sin dal 2012 difende Alex Schwazer, parla della strategia difensiva che molto probabilmente verrà adottata nelle prossime settimane per non lasciare intentata la possibilità di partecipazione del suo assistito ai Giochi di Tokyo, che si terranno tra cinque mesi. Le gare di marcia e maratona non si svolgeranno nella capitale giapponese, ma a Sapporo dove le temperature dovrebbero essere più basse. Schwazer, 36 anni, campione olimpico della 50 chilometri di marcia nel 2008 a Pechino, nel 2012 era stato trovato positivo a un controllo antidoping per aver assunto, come lui ha confessato, eritropoietina. Nel 2016 a un mese dalle Olimpiadi di Rio de Janeiro era arrivata la notizia che nel controllo antidoping effettuato oltre sei mesi prima era risultato positivo al testosterone sintetico, dopo che quelle urine erano già state certificate negative al doping.

Una vicenda apparsa sin da subito singolare in tutto il suo iter, con il lungo braccio di ferro tra il laboratorio di Colonia, che non voleva consegnare la provette di urine, e la giustizia italiana che le aveva richieste per farle analizzare dai carabinieri del Ris di Parma. Schwazer, assieme al suo allenatore Sandro Donati e ai legali, aveva iniziato una causa che ha portato pochi giorni fa all'archiviazione sotto l'aspetto penale da parte del Gip del Tribunale di Bolzano, Walter Pelino, perché, come scritto, "il fatto non sussiste". Nell'ordinanza di archiviazione di 87 pagine, il giudice ha ritenuto che "i campioni di urina prelevati ad Alex Schwazer l'1.01.2016 siano stati alterati allo scopo di risultare positivi" e denunciato "l'autoreferenziale sistema da parte di Wada e Iaaf che non tollerano affatto controlli dall'esterno e pronte a tutto per impedirlo, al punto da produrre dichiarazioni false e porre in essere frodi processuali".

"In questi giorni stiamo valutando la strada da percorrere, presenteremo ancora istanza alla Corte federale svizzera e anche alla Corte Europea per i Diritti dell'Uomo dove, però, i tempi si prospettano lunghi - ha aggiunto Brandstaetter -. Il Comitato Olimpico Internazionale è ente supremo e per questo chiederemo un suo intervento". Per quanto riguarda la presa di posizione dell'Agenzia mondiale antidoping (Wada), che si è detta "inorridita" delle motivazioni del giudice di Bolzano, l'avvocato ha affermato che "è molto triste che la Wada perda la sua posizione di terzietà e che cerchi di attaccare un provvedimento della magistratura italiana anche perché l'Italia come Paese sostiene la Wada". Il legale, infine, ha lanciato accuse nei confronti della Wada: "Non è vero che l'agenzia ha collaborato, durante l'incidente probatorio ha contrapposto tantissimi ostacoli. Auspico che chi di dovere possa intervenire in questa situazione, altrimenti andremo avanti noi".