Una scena di Duel
Una scena di Duel

di MARTINA BARONE - «Quindi signor Spielberg, la sua è una metafora su come il capitalismo tenti di schiacciare il cittadino?». «Ma, veramente volevo solo fare un film sulle macchine». Di storie d'estate se ne sentono a decine, ma questa è un po' differente, perché fu proprio qui a Roma, all'inizio del suo incredibile viaggio, che nell'estate del 1973 tenne la conferenza della sua opera prima: Duel (che potete rivedere qui in streaming su CHILI). All'apparenza solo un film girato per la televisione - negli Stati Uniti venne trasmesso il 13 novembre 1971 - in realtà un'opera che avrebbe sconvolto tutti. A quel tempo Spielberg era solo un ragazzone di venticinque anni che fino a quel momento si era spostato solo grazie alla fantasia e si ritrovava in Europa per la prima volta. Però quel film che per l'America era da piccolo schermo, incontrò i raffinati gusti cinefili europei.

Duel nacque da un racconto di Richard Matheson ed era un'opera destinata principalmente ai canali satellitari, senza nessuna possibilità di finire in sala. E invece la forza del regista, l’amore per il cinema e la sua conseguente conoscenza e un’abilità innata per la costruzione di una messinscena parlante resero poi inevitabile il passaggio della pellicola dalla visione del salotto alla goduria sensoriale del cinema. Un vero spettacolo che in Italia passò prima da Taormina e poi in molti cinema e che segnò da subito il futuro destino del suo creatore, talento cristallino nel saper conciliare racconto, regia ed emozione.

Come una cartolina di quello che sarebbe poi diventato il suo cinema, Duel – in TV nel 1971, nelle sale nel 1973 dopo la benedizione ricevuta addirittura da Federico Fellini in una visione romana – racchiudeva già gli elementi cardine di una filmografia intera. In una caccia al topo in cui l’indifesa Plymouth Valiant del protagonista David Mann cerca disperatamente di sfuggire dall’incontrollabile furia di una misteriosa autocisterna, Spielberg utilizza i riflessi, gioca con la velocità e la prospettiva, alimenta la paura della vulnerabilità riportandola alle regole della strada.

E allora ecco intuizioni registiche che assecondano inquadrature precise pur nella corsa per la salvezza del personaggio di Dennis Weaver e che, con la semplice presenza di due veicoli, vivono di una suspence costante e percepibile. Intrattenimento riempito con un’autorialità fatta di una regia in grado di comunicare, mai sovrastata o annullata dalla storia. Spielberg già allora inseguiva il pubblico per fare in modo che amasse, come lui, il cinema, pronto ad immergersi completamente nella creazioni di mondi e di icone che siano queste un alieno, un dinosauro o un Presidente degli Stati Uniti. O anche, perché no, uno squalo. Ma quella è un'altra storia...



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