Il valtellinese Pietro Illarietti impegnato a pedalare nel deserto israeliano, dove è ritornato per il terzo anno
Il valtellinese Pietro Illarietti impegnato a pedalare nel deserto israeliano, dove è ritornato per il terzo anno

Sondrio, 16 mazro 2019 - Un valtellinese alla Granfondo più “bassa” del mondo. È il biker Pietro Illarietti, consulente marketing e comunicazione di altissimo profilo, che la scorsa settimana ha vissuto un’incredibile esperienza nella Granfondo Arava, organizzata in Israele in un circuito ricavato sulle strade della regione del Mar Morto, la più bassa, altimetricamente parlando, della terra coi suoi 415 metri sotto il livello del mare. Sì, sotto, e non sopra come siamo abituati quando parliamo di altitudini.

Paesaggio spettacolare al confine con la Giordania, immerso nel deserto del Negev, comunità locali (i moshav) che, fra le altre cose, coltivano frutta e verdura desalinizzando e/o sfruttando in maniera adeguata l’acqua salata del Mar Morto e che rendono giardini e frutteti parti di deserto, grazie ad opere ingegnose per la raccolta della (poca) acqua presente.

In Israele, dopo la partenza del Giro d’Italia dello scorso anno, c’è tanta voglia di due ruote: a Tel Aviv è stato appena costruito un moderno velodromo che, attraverso l’organizzazione di “Sei Giorni” e altre kermesse, fungerà da volano per la promozione del ciclismo. Tante le bici elettriche o tradizionali sulle strade di Tel Aviv e Gerusalemme, a testimonianza di una volontà di puntare molto su una mobilità green e, nello specifico, sulle due ruote. Grande spot per tutto il mondo del ciclismo israeliano è la Granfondo Arava che sta crescendo di stagione in stagione e che quest’anno ha visto al via oltre 1000 partecipanti, provenienti da tutto il mondo e una diretta televisiva di 3 ore sul canale nazionale “5”. Pietro Illarietti è rimasto stregato dalla Granfondo israeliana tanto che questa è la sua 3ª volta ai nastri di partenza.

«Correre la Gf Arava è sempre un’emozione unica – dice Pietro - perché gareggiare nel deserto, nel punto più basso del Globo, è per me sempre una grandissima e affascinante avventura. Ed è interessante anche conoscere quel che sta dietro l’organizzazione, l’appoggio logistico di alcuni Mushav (comunità agricole avanzatissime che tra le attività hanno anche quella dell’incoming turistico) e tanti altri fattori.

Quest'anno ho visto un incredibile aumento delle bici con marchi italiani tra i partecipanti, ma anche un aumento significativo del made in Italy per quel che riguarda l’abbigliamento tecnico. I ciclisti in Israele vengono visti come sportivi d’avanguardia, si respira la gran voglia di sviluppare il settore ciclistico e devo dire di aver visto una grande partecipazione di donne alla Granfondo, superiore sicuramente a quella registrata nelle gare italiane. Il livello agonistico non è molto alto, ma il fascino di gareggiare nel deserto, su strade in ottime condizioni, in assoluta sicurezza è unico. La salita degli Scorpioni, un tratto assai tosto di 7 chilometri con pendenze importanti, è forse il momento clou: paesaggi da film western, colori tra l’arancione e il marrone, qualche chiazza (piccola) di verde e un cielo blu sono il contorno perfetto alla gara. Anzi, la gara diventa il contorno, perché il luogo è incantato. Poi un tuffo nel deserto e l’arrivo… dopo 161 chilometri (c’è anche una mini Gf di 56 km e una media di 128 km), con la sensazione di aver vissuto una grande avventura».