Pavia, 5 marzo 2018 - «In meno di mezz’ora abbiamo esaurito i primi 1.300 adesivi, ne abbiamo subito procurati altrettanti e sono finiti anche quelli». Gli attivisti della Rete antifascista Pavia forse non si attendevano neppure un’adesione così ampia all’iniziativa organizzata in poche ore. Ma la risposta è stata forte e chiara. Tanti pavesi, ieri mattina, hanno voluto essere presenti al Demetrio, luogo simbolo all’incrocio degli antichi Cardo e Decumano (oggi corso Strada Nuova e corso Cavour) alla distribuzione di adesivi «Qui abita un antifascista» (con il «ci» cancellato) e il simbolo antifascista non barrato come era invece negli «originali» trovati sabato mattina sulle abitazioni di alcuni esponenti politici (come l’assessore Giacomo Galazzo e la consigliera comunale Silvia Chierico) e attivisti antifascisti. Solo ieri l’adesivo, inizialmente non visto perché coperto dalla neve caduta sabato mattina, l’ha trovato anche il senatore pavese Luis Alberto Orellana (candidato per Lombardia Progressista).

«È stato un gesto chiaramente intimidatorio - commenta Orellana - tuttavia su di me questo messaggio non attacca e non condizionerà la mia attività politica». La Digos sta proseguendo le indagini, ascoltando le vittime e raccogliendo le denunce, cercando anche tra i filmati registrati dalle telecamere di videosorveglianza se qualche palazzo preso di mira fosse inquadrato e se fossero così stati ripresi i responsabili. Dalla Questura è già stata inviata una prima informativa alla Procura, che deve valutare l’ipotesi di reato. Una minaccia, con l’intento di far sapere ai diretti interessati che chi li ha colpiti sa dove abitano. «E’ un campanello d’allarme - commenta Alessandro Chieregato, attore e regista presente ieri mattina all’iniziativa della Rete antifascista - una cosa che potrebbe essere molto più pericolosa di quello che molti stanno pensando, sottovalutando l’episodio». «Sono uno degli antifascisti - ammette Edoardo Gandini, avvocato - a cui è stato messo l’adesivo originale in questa azione squadrista dei nazi-fascisti pavesi. Questa è chiaramente un’azione intimidatoria, con la quale hanno voluto dare la dimostrazione di conoscere gli indirizzi di dove abitiamo. Questo non spaventa e non farà arretrare di un millimetro il nostro impegno personale». «C’è dell’orgoglio nell’essere antifascisti» dice Margherita Brambilla.