Nick Mason, batterista dei Pink Floyd

Milano, 20 settembre 2018 - «Per una volta, non siamo riusciti a trovare un anniversario», aveva scherzato Nick Mason presentando mesi fa alla stampa “Unattended luggage” il cofanetto che raccoglie i “bagagli incustoditi” della sua carriera solista. Anche se lo show con cui il batterista di Birmingham plana questa sera agli Arcimboldi una ricorrenza da cavalcare ce l’ha comunque ed è il mezzo secolo di “A sacerful of secrets” dei Pink Floyd.

Già perché a Nicholas Berkeley Mason, classe 1944, il solo ad aver suonato in tutti e 15 gli album della band, la carriera solista non è mai interessata un granché e tutti i progetti collaterali al suo core-business sono nati da collaborazioni molto speciali tipo quelle con Carla Bley e con il chitarrista Rick Fenn. Ecco perché, a dispetto delle avventure soliste, lo show degli Arcimboldi è tutto focalizzato sulla produzione dei Floyd. Quella antecedente il 1973 e quindi ai trionfi di “The dark side of the moon” (terzo album più venduto di tutti i tempi), per riportare il fuoco su stagioni clamorose dell’epopea di “The piper at the gates of down” spesso trascurate dai kolossal per arena e palasport di David Gilmour o Roger Waters. Cose come “Lucifer Sam”, “Bike” o “Interstellar overdrive” dallo stesso “The piper”, “If” da “Atom heart mother”, “The Nile song” e “When You’re In” dalle colonne sonore “More” e “Oscured by clouds”, oltre ad un paio di singoli di culto come “See Emily play” e “Point Me at the sky” o quella “Vegetable man” scritta da Syd Barrett nel ’67 ma pubblicata ufficialmente solo nel 2016 tra i solchi dell’antologia “Pink Floyd - The early years 1965-1972”. «Volevo recuperare un po’ il clima di quando con i miei compagni ci esibivamo alla Rondhouse di Londra o all’Olympia di Parigi», dice Nicholas-Nick, in tour tredici anni dopo l’addio definitivo dei Pink Floyd sul palco londinese del Live 8.

«Ho sempre pensato che, in una band come la nostra, il risultato finale sia stato maggiore delle singole individualità che entravano a comporlo. Un po’ come accaduto agli Stones, dove gli album solisti dei singoli si sono rivelati sempre meno fortunati di quelli collettivi. Di certe band, infatti, il pubblico ama l’alchimia; e quella va al di là dei singoli». Fino a qualche tempo fa, lui sembrava essere quello che nel gruppo aveva tirato più i remi in barca, perso dietro ai suoi elicotteri e alla sua collezione di auto d’epoca, comprese una preziosissima Ferrari 250 GTO del ’62 (tanto per dare un’idea del valore, l’ultima a passare di mano è stata battuta all’asta il mese scorso per 48.405.000 dollari) e una Ferrari 312T3 guidata da Gilles Villeneuve. Nel ’68 “A saucerful of secrets” fu l’ultimo album con Barret, già ostaggio di suoi incubi, e il primo con Gilmour. «Si rivelò un disco decisivo perché contiene tutti i prodromi di quello che sarebbe accaduto poi», assicura Mason «basta pensare a “Set the control from the heart to the sun”, la prima vera grande composizione di Waters, o alla stessa “A sacerful of secrets”, il primo pezzo con passaggi strumentali particolarmente elaborati del nostro repertorio». In questo tour il batterista è accompagnato da una band all-stars formata apposta per l’occasione che affianca il chitarrista Lee Harris, il bassista dei tour dei Floyd Guy Pratt, il chitarrista degli Spandau Ballet Gary Kemp e il tastierista Dom Beken. Niente male davvero per uno che sembrava ad un passo dalla pensione.