Da destra Roberto Marchitto con la madre Paola Corda e il fratello maggiore
Da destra Roberto Marchitto con la madre Paola Corda e il fratello maggiore

Milano, 2 gennaio 2020 -  L’inchiesta è rimbalzata tra uffici giudiziari, fino a quando è arrivata l’archiviazione in passato negata per due volte dal gip che aveva chiesto alla Procura di Milano di svolgere nuovi accertamenti. Ma la battaglia, con al centro il caso dell’amianto nelle case popolari in via Rimini 29, zona Romolo, proseguirà davanti al Tribunale civile. "Mia madre, Paola Corda, è rimasta esposta per decenni ed è morta per mesotelioma pleurico tra atroci sofferenze", spiega Roberto Marchitto, 49 anni, assistito dall’Osservatorio Nazionale Amianto (Ona) con l’avvocato Ezio Bonanni. "Vogliamo giustizia - prosegue - anche per tutte le altre persone che nel quartiere sono morte. Solo nella nostra scala, nel palazzo di sette piani dove io e mio fratello siamo cresciuti, sei persone sono morte per tumore".

Il complesso fu costruito dall’Aler negli anni ’60, in un’epoca in cui l’amianto (messo al bando nel 1992 perché cancerogeno) era un materiale molto diffuso nell’edilizia e nell’industria. Paola Corda morì il 20 agosto 2015, e il 23 novembre il figlio presentò denuncia sostenendo, tra le altre cose, che la bonifica iniziata nel 2002 era stata fatta "senza le necessarie misure di sicurezza per gli inquilini", rimasti a vivere nel caseggiato. Per due volte la Procura ha chiesto l’archiviazione dell’inchiesta a carico di ignoti per omicidio colposo, e per due volte il gip Carlo Ottone De Marchi ha respinto l’istanza ordinando nuove indagini. Infine, anche sulla base dei risultati di una consulenza affidata al professor Enrico Oddone, esperto di mesoteliomi, il giudice ha accolto la terza richiesta di archiviare il caso. Pur riconoscendo la presenza di amianto killer nelle case, non ci sarebbero sufficienti elementi per stabilire che il mesotelioma fu provocato dall’esposizione e che ci fu dispersione di fibre durante la bonifica nell’ambito del piano comunale. Piuttosto il consulente sostiene la tesi di una malattia "professionale", perché la donna dal 1975 ha lavorato come collaboratrice domestica e stiratrice in case private, in anni in cui le assi da stiro erano coperte d’amianto.

"L’azione della stiratura - si legge nel decreto d’archiviazione - comporta uno sfregamento (...) con conseguente liberazione di fibre in aria e relativa inalazione delle stesse". Impossibile risalire a dove e quando, tantomeno a eventuali responsabili. Una ricostruzione che ha lasciato con l’amaro in bocca il figlio. "Non ci arrendiamo e andremo avanti con un ricorso - sottolinea - ho paura anche per la mia salute visto che ho vissuto lì per anni. Intanto la bonifica è stata completata, e almeno questa è una vittoria. Per noi, però, c’è un’ulteriore beffa. Come le altre famiglie che negli anni avevano comprato l’appartamento abbiamo dovuto pagare noi i lavori all’interno, senza ricevere un euro di rimborso".