Etty Peleg nella foto del suo profilo Facebook
Etty Peleg nella foto del suo profilo Facebook

Pavia, 14 settembre 2021 - L'Ambasciata d'Israele in Italia "accompagna la vicenda" del caso Eitan "sin dal momento in cui si è verificato il disastro della funivia, lo scorso maggio, fino a oggi. Le autorità israeliane stanno seguendo questo triste caso e se ne occuperanno in collaborazione con l'Italia, a beneficio del minore e in conformità con la legge e le convenzioni internazionali pertinenti". E' quanto ha riferito l'Ambasciata israeliana a Roma. I legali della zia del bambino, Aya Biran, hanno intanto presentato istanza di rientro al tribunale di Tel Aviv per il piccolo di 6 anni, unico sopravvissuto alla tragedia del Mottarone e portato in Israele dal nonno materno.  Anche Etty Peleg, ex moglie di Shmuel Peleg e nonna materna del piccolo Eitan, è indagata per il sequestro del bambino. 

Indagata la nonna materna di Eitan

Anche la nonna materna di Eitan è indagata dalla procura di Pavia per il sequestro di Eitan. Il nome di Etty Peleg, ex moglie di Shmuli Peleg, si affianca dunque a quello dell'ex coniuge che lo ha trasportato prima a Lugano, poi in volo con un Chessna fino a tel Aviv. Un bambino diviso tra due famiglie, la sua stessa famiglia. A due giorni dall’arrivo in Israele di Eitan, il piccolo sopravvissuto alla tragedia del Mottarone, intanto si sa pochissimo.  Un viaggio che la zia Aya invece ha da subito bollato come "un rapimento", sporgendo denuncia. L’unico particolare che filtra è che Eitan sarebbe in cura nel prestigioso ospedale Sheba di Ramat Gan, sobborgo chic di Tel Aviv, non lontano da Ramat Aviv, altro quartiere residenziale della città, dove vive Etty Peleg. Ed è stata lei a rivelare che il piccolo è in cura. Non prima di aver negato, in un’intervista alla radio israeliana 103 FM, che si sia trattato di un rapimento. 

Indagini su presunti complici

La nonna materna del piccolo Eitan sarebbe stata in Italia assieme all'ex marito almeno nei giorni precedenti al presunto rapimento. Il ruolo della donna, dunque, nell'inchiesta della Procura di Pavia per sequestro di persona (aggravato dal fatto che la vittima è un minorenne), è da verificare. Potrebbe infatti aver aiutato l'ex marito a portare il piccolo in Israele, dove è arrivato su un volo privato partito da Lugano. Ieri era stato lo stesso zio paterno di Eitan, che vive con la moglie Aya, tutrice legale del bambino, a Pavia, ad accusare la nonna materna di complicità nel sequestro. Anche se, in base ad indiscrezioni raccolte, era stato riferito che la donna sarebbe rientrata in Israele prima del giorno del presunto rapimento avvenuto venerdì scorso. La stessa Aya aveva raccontato comunque che il nonno, quando è arrivato a prendere Eitan per la visita che gli era stata concessa, ha parcheggiato lontano dall'abitazione e, dunque, non è chiaro se nell'auto ci fossero altre persone ad attenderlo. L'indagine sui presunti complici va avanti.

Silenzio da ospedale e istituzioni

Intanto, dall’ospedale non giunge alcuna conferma: questione di privacy, rispondono cortesemente ma in modo inflessibile rimandando alla famiglia, l’unica - a loro giudizio - che può rispondere. Difficile rompere il muro che circonda la permanenza di Eitan da quando è arrivato sabato scorso via Lugano con un volo privato insieme al nonno Shmuli Peleg, mentre a casa in Italia la zia paterna, Aya Biran-Nirko, lo attendeva ignara. Un muro che riguarda, per ora, anche le istituzioni. Per gestire la comunicazione sull’intera vicenda, la famiglia  secondo l’Ansa - ha messo in campo una società specializzata guidata da Ronen Tzur, uomo che in passato ha fatto politica per poi passare al marketing occupandosi di campagne mediatiche anche su casi scottanti. "Le condizioni di Eitan - ha denunciato la nonna Etty nell’intervista alla radio israeliana - sono pessime e finalmente dopo 4 mesi i medici vedranno cosa è successo al piccolo". 

Per 4 mesi - da quando ad inizio giugno è stato dimesso dall’ospedale in Italia - secondo la nonna Eitan "non ha visto alcun medico a parte sua zia, che è un medico che si occupa dei detenuti". "Per 4 mesi - ha insistito - hanno impedito a me e a mio marito Shmuel di consultarci con medici e psicologi". È in base a queste denunce che ora Eitan - che non si sa se sia effettivamente ricoverato o meno in ospedale e che dovrebbe essere in quarantena in base alle norme israeliane - è affidato a specialisti sia dal punto di vista fisico sia di supporto psicologico. Non c’è dubbio comunque che a prendersene cura nella vita di tutti i giorni sia, secondo le sue stesse parole, la nonna. "È il figlio di mia figlia Tal che lo ha avuto a 20 anni, è cresciuto a casa mia. Sono sua nonna, l’ho sempre seguito". E ci tiene a sottolineare che "Eitan non aveva legami con la famiglia di Aya", la zia in Italia. "Ora - ha concluso - sono io a curarmi di lui". In perfetta coerenza con quanto questa parte di famiglia in Israele ha sostenuto da quando lo scorso 11 agosto ha fatto esplodere il caso denunciando che Eitan era "in ostaggio" in Italia. 

Lo zio: "Come un detenuto in prigione ad Hamas"

Anche oggi lo zio paterno, Or Nirko, marito di Aya, ha rilasciato pesanti dichiarazioni contro i nonni del nipote. "La famiglia Peleg trattiene Eitan come i soldati dell'esercito israeliano sono tenuti prigionieri nelle carceri di Hamas", ha accusato in una intervista alla tv Canale 12. "La famiglia Peleg - ha aggiunto - si rifiuta di dire dove il bambino si trova. Lo nascondono in una specie di buco". La giornalista gli ha chiesto se sia andato all'ospedale Sheba per verificare l'eventuale presenza di Eitan. "C'è andato mio fratello ma Eitan non c'è", ha risposto Nirko. Che respinge l'idea di una "battaglia legale", sottolineando che "c'è un grave reato criminale secondo la convenzione dell'Aja, cioè un rapimento. Le autorità legali israeliane devono sapere che Eitan è stato rapito". Lui e la moglie Aya "non sono rimasti sorpresi" di quanto accaduto. "Temevamo sarebbe successo. Malgrado i nostri avvertimenti, il Tribunale (in Italia, ndr) ha consentito alla famiglia Peleg di proseguire le visite e questo è quanto è avvenuto. Nel momento in cui si è presentata l'occasione hanno rapito il bambino". Nirko ha poi ribadito che Shmuel Peleg "non ha agito solo" e definisce "menzogne" e "affermazioni infondate" le tesi della famiglia materna. "Tra parentesi non abbiamo raccontato loro le cure piscologiche che ha avuto il piccolo perché di queste cose neppure noi ne sappiamo molto", ha detto. "Se davvero avessimo voluto allontanarlo dai Peleg non ci sarebbero state quelle visite e proprio perché quelle visite erano così lunghe che hanno potuto fare il rapimento". Quindi ha escluso la possibilità di un accordo. Per lo zio del piccolo serve una "soluzione politica" che potrebbe risolvere la situazione "in modo molto più rapido rispetto a quella giudiziaria". E fa un appello ai politici sia in Israele che in Italia, "perché le ruote del sistema giuridico sono più lente e perché qui c'è un disagio enorme di un bambino che ha già subito un trauma inimmaginabile e ha perso tutta la sua famiglia nell'incidente del Mottarone".

Presentata istanza al tribunale di Tel Aviv

Intanto in Israele è stata presentata al tribunale di Tel Aviv un'istanza per il rientro in Italia di Eitan Biran.  L'istanza "e' prodromica e preparatrice per un'eventuale attivazione della procedura prevista dalla Convenzione dell'Aja", ha precisato l'avvocato Cristina Pagni, legale della zia tutrice di Eitan. "E' in corso di valutazione - ha aggiunto il legale - se la procedura debba essere attivata dall'Italia o da Israele, entrambi i Paesi potrebbero farlo". Avvocati israeliani e italiani della zia tutrice sono in costante contatto.