Una foto d'archivio della strage di via Palestro a Milano (Ansa)

Milano, 18 settembre 2015 - La parola del “pentito” - anche se attendibile - da sola non basta. Nemmeno quella del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, perché «la chiamata in correità a carico di Filippo Marcello Tutino non è assistita da alcun riscontro individualizzante». I giudici della Corte d’assise spiegano così, nelle motivazioni, il verdetto con cui a fine giugno avevano assolto, a sorpresa, il presunto basista della strage di via Palestro. Era stato Spatuzza, già killer di don Pino Puglisi, a parlare del coinvolgimento di Tutino nell’attentato del 27 luglio 1993, in cui persero la vita 5 persone. E per la Corte, Spatuzza è attendibile. Il problema è che nessuno tra gli elementi da lui forniti circa il coinvolgimento di Tutino nell’attentato, alla base dell’impianto accusatorio, secondo i giudici «assume un valore decisivo di riscontro individualizzante» a carico dell’imputato. Così come «nessun concreto elemento è ricavabile dalle dichiarazioni» di altri collaboratori di giustizia.

Nonostante la sua «provata appartenenza» a Cosa Nostra, quindi, i giudici hanno assolto Tutino dall’accusa di strage con la formula «per non aver commesso il fatto».Il pm della Dda milanese Paolo Storari, che aveva chiesto la condanna all’ergastolo, presenterà ricorso in appello. Tutino, già in cella ad Opera per la condanna inflitta dal gup di Palermo a 10 anni e otto mesi di reclusione per essere un affiliato alla famiglia mafiosa dei Brancaccio, nel gennaio 2014 si era visto notificare una nuova ordinanza di custodia cautelare in carcere con l’accusa di strage aggravata dalle finalità di eversione dell’ordine democratico e di aver favorito Cosa Nostra, in concorso con mandanti ed esecutori materiali dell’attentato di via Palestro. Nella strage, che fu reaslizzata davanti al Padiglione d’Arte Contemporanea con un’auto imbottita di esplosivo, rimasero ferite anche 12 persone.

Tutino, secondo l’accusa, avrebbe partecipato al furto dell’auto e fornito supporto logistico agli esecutori materiali. «È venuto lui a prenderci in stazione - ha raccontato Spatuzza - e insieme siamo andati a rubare la Fiat Uno. Ci ha portati in piazza Duomo per ritirare l’esplosivo. Ha seguito la fase esecutiva della strage». Quando nel ’93 la cupola ordinò le stragi per colpire lo Stato nelle sue bellezze artistiche e architettoniche, pensando di poter ottenere anche così qualche sconto sui trattamenti carcerari, i fratelli palermitani Graviano si sarebbero affidati a lui per quella di Milano - racconta Spatuzza - «perché Tutino era l’unico che conosceva bene la città» nella quale si era trasferito già da anni».