Il dottore Carlo Mosca e l'ospedale di  Montichiari
Il dottore Carlo Mosca e l'ospedale di Montichiari

Montichiari (Brescia), 26 gennaio -  Natale Bassi, 61enne di Ghedi, e Angelo Paletti, 79enne di Calvisano. Sono i due pazienti Covid morti  il 20 e il 22 marzo scorso all'unità di prima emergenza dell'ospedale di Montichiari in seguito alle iniezioni di farmaci letali somministrate da Carlo Mosca, il primario 47enne del pronto soccorso bresciano arrestato e messo ai domiciliari con l'accusa di duplice omicidio pluriaggravato. Succinilcolina e Propofol, il primo in grado di paralizzare la muscolatura, anche respiratoria, e il secondo un potente anestetico: sono questi i farmaci utilizzati dal medico nel cocktail di medicinali che diventano letali senza intubazione nè ventilazione perché possono soffocare i pazienti. Evidente, secondo il gip, il rischio di reiterazione del reato e di inquinamento delle prove. 

Il primario Carlo Mosca ai domiciliariL'indagine

Tutto è partito da una segnalazione interna all'ospedale da parte di un infermiere che si sarebbe opposto all'ordine ricevuto da Mosca di iniettare il farmaco a un paziente con difficoltà respiratorie. Non sarebbe stato l'unico caso. Da qui l'inchiesta dei  pm Federica Ceschi e Corinna Carrara che ha portato alla riesumazione di tre,  su un altro decesso sospetto è stato impossibile procedere perché il corpo è stato cremato. Due, dunque, i casi incriminati. A inchiodare il primario anche gli scambi via whatsapp di due infermieri in cui vengono denunciate le pratiche di Mosca e la raccapricciante motivazione: liberare posti letto in ospedale. Inoltre, la richiesta di Propofol e succincolina avrebbe resgistrato un inspiegabile boom di ordini nella farmacia dell'ospedale. 

Le carte

Relativamente al decesso di Natale Bassi "a un certo punto Mosca chiedeva espressamente al personale che gli fosse portata della succinicolina – si legge negli atti di accusa  carte - Che sia questo il farmaco menzionato non possono esservi dubbi. Ai presenti il medico ha chiesto di lasciare la stanza perché voleva essere lasciato solo con il paziente, richiesta assolutamente inconsueta e illogica". E ancora . "Verosimile che si sia determinato a uccidere poiché mosso dalla volontà non solo e non tanto posti letto bensì risorse strumentali e ed energie fisiche ed emotive dei colleghi medici, degli infermieri e di tutti gli altri operatori di prontosoccorso. Nei giorni dei fatti era letterlamente assediato dalla pandemia". E ancora, "deve ritenersi dimostrato" che a Paletti, che faceva ingresso al prontosoccorso alle 20,41 del 22 marzo e morto alle 22.45 per insufficienza respiratoria – diabetico, con polmonite da Covid ma non terminale - sia stato somministrato il Propofol: "A praticargli l'inezione non poteva che essere il primario che aveva in cura il paziente. Il cui comortamento non è dettato da «una intollerabile leggerezza, imprudenza o una inescusabile imperizia bensì piena consapevolezza e volontà di uccidere". I farmaci questione del resto oltre a non curare nulla c'entrano con la terapia del dolore, e il Mosca non poteva non saperlo.