Emilio Del Bono e Giorgio Gori: primi cittadini di Brescia e Bergamo
Emilio Del Bono e Giorgio Gori: primi cittadini di Brescia e Bergamo

Brescia, 9 dicembre 2020 - Sono i sindaci dei capoluoghi simbolo dell’emergenza Covid: Emilio Del Bono, Brescia; Giorgio Gori, Bergamo. Da mesi in prima fila prima nel dramma, poi nella pianificazione, ora nella progettazione del futuro. Abbiamo chiesto loro, in questa intervista doppia, cosa ne pensino di vaccini, scienza e gestione del piano.

Lei si vaccinerà?
Del Bono. "Certo. Per me è una scelta del tutto naturale e figlia del desiderio di proteggere me e chi mi sta vicino. Tanto più necessaria data l’attività che svolgo come sindaco durante la quale incontro o incrocio centinaia di persone. Devo dire che in questi mesi è stato forte in me il timore di diventare un veicolo della malattia".
Gori. "Ritengo importante vaccinarmi a tutela della mia salute e di quella delle persone con cui ogni giorno vengo in contatto, a partire da quelle che per diverse ragioni non possono, neanche volendo, essere vaccinate. Lo considero un dovere. E penso che un sindaco debba dare il buon esempio anche nel superare i pregiudizi".

È in corso un dibattito sulla possibilità di rendere obbligatorio il vaccino: che ne pensa?
D.B. "Obbligo: un tema molto complesso. Nell’infanzia questa necessità c’è e ha dimostrato la sua efficacia. In questo caso, però, credo che le persone a rischio e taluni settori di immediato e stretto contatto sociale debbano soggiacere all’obbligo. Allargare il sistema sulla totalità della popolazione, be’, diventa un concetto molto complesso che deve essere approfondito dal punto di vista giuridico".
G. "Penso che per superare la minaccia del Covid e consentire all’economia del nostro Paese di ripartire sia fondamentale raggiungere la cosiddetta immunità di gregge, e per arrivarci è necessario dotare di anticorpi almeno il 70% della popolazione. Dobbiamo quindi far sì che si sottopongano al vaccino quante più persone possibile. Se non attraverso l’obbligo, con il rilascio ai vaccinati di un “patentino” per accedere ai luoghi pubblici. In più servirà un grande impegno di formazione e informazione dei cittadini".

Ci sono delle categorie per cui sarebbe auspicabile l’obbligo del vaccino?
D.B. "Si parta dai medici e dalle categorie fragili. Ma credo sia necessario che la somministrazione venga estesa subito anche a tutte quelle persone che sono esposte per professione a contesti di socialità. Questo vaccino dovrà essere uno strumento democratico. La gestione deve essere univoca: cioè dello Stato, affinché non si creino disparità nell’accesso".
G. "Senz’altro per i medici. Un medico che non si ammala è un medico che salva altre vite".

Somministrazione dei vaccini: è d’accordo sull’utilizzo di strutture extra ospedaliere o extra amulatoriali, come in parte è gia avvenuto per i tamponi?
D.B. "Sarà inevitabile cercare disponibilità di luoghi extra ospedalieri: dovranno essere molti e soprattutto molto prossimi affinché tutti possano raggiungerli agevolmente. I Comuni potrebbero giocare un ruolo molto importante nella buona riuscita del programma vaccinale".
G. "Sì. Spero anche nel coinvolgimento dei Comuni, che già per le campagne di screening e per i vaccini antinfluenzali si sono in molti casi resi utili a reperire gli spazi necessari per fare in modo che si svolgessero rapidamente e in piena sicurezza".

È preoccupato per un certo clima di “resistenza” al vaccino che si sta instaurando e quale dovrebbe essere il ruolo dei leader politici in questo ambito?
D.B. "Io credo nella scienza. Con tutti i suoi limiti e con il suo cammino che, inevitabilmente, procede anche per approssimazioni. Non credo a tutti quelli che provano a demolire il metodo scientifico. Se noi oggi possiamo avere una aspettativa di vita così lunga e florida lo dobbiamo alla scienza. Del resto, ignoranza e pregiudizio sono due alti pericoli della democrazia e vanno combattuti".
G. "Mi preoccupa molto, anche perché mi pare che non si limiti a una esigua minoranza di cittadini. E’ il risultato di una cultura antiscientifica, sempre basata sul sospetto, che purtroppo si è insinuata in ampi strati della popolazione. L’unico modo per controbattere è dire la verità, spiegare e informare il più possibile. E’ importante che gli organismi preposti si muovano con prudenza, come sta facendo l’Ema, l’Agenzia europea per i farmaci, e che si faccia una comunicazione “sincera” - per esempio dicendo che al momento non si hanno evidenze sulla durata della protezione garantita dal vaccino - ma altresì che si combattano le tante fake news che condizionano i cittadini e li spaventano senza motivo".