Milano, 7 ottobre 2016 - Proprio in queste ore il Ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan ha rilanciato l’obiettivo di far crescere dell’1% il Prodotto interno lordo (Pil) nel 2017, quasi fosse la panacea dei mali del “sistema Italia”. E pensare che l’1,3% del Pil l’Italia lo perde a causa della “malagiustizia”. Sono circa 22 miliardi di euro, infatti, i costi della giustizia che non funziona, stando alle cifre di un rapporto curato dal gruppo di lavoro The European House-Ambrosetti. Alla base di quell’interessante documento ci sono alcune cifre impietose diffuse dall’Ocse e dalla Banca Mondiale. Secondo le stime dell’Ocse, l’Italia è fanalino di coda nella classifica dell’efficienza della giustizia civile. Da noi il tempo medio che un processo impiega per arrivare in Cassazione è pari a circa otto anni (2.866 giorni per l’esattezza), a fronte dei 788 giorni della media degli altri Paesi Ocse. Scorrendo poi la classifica “Doing Business 2016” della Banca Mondiale, si ricava l’immediata percezione delle disfunzioni della giustizia italiana, che costringe i creditori a un’attesa media di tre anni (1.120 giorni), laddove in Francia bastano 395 giorni per riscuotere un credito, in Germania 429 e nel Regno Unito 437. Non si tratta di semplici numeri, ma di nitide fotografie di un degrado assai allarmante, che concorre a tenere lontane dall’Italia numerose opportunità di investimento da parte di importanti colossi europei e mondiali. Un’impresa interessata a investire capitali e risorse nel nostro Paese sa di dover fare i conti con una burocrazia elefantiaca e con un livello di conflittualità elevatissimo, che allungano fatalmente i tempi della pianificazione e del raggiungimento degli obiettivi industriali e finanziari.

Se per ottenere un’autorizzazione, per sbloccare una pratica, per fare un’assunzione o per riscuotere un credito occorrono tempi biblici e, per di più, il rischio di ricorsi, impugnazioni ed eccezioni procedurali è sempre dietro l’angolo, molte holding preferiscono stare alla larga dal nostro Paese e investire altrove. Alle fughe delle menti italiane all’estero si somma, quindi, lo scetticismo degli operatori industriali e finanziari internazionali verso il clima socio-economico e giuridico che si respira nel nostro Paese. Le lungaggini nelle procedure, infatti, si traducono in costi anche legali per i potenziali nuovi investitori, che spesso desistono. La spia di un sistema giudiziario esasperatamente litigioso e tremendamente congestionato è rappresentata anche dal numero esorbitante di avvocati: quelli italiani sono circa un quarto di tutti gli avvocati dell’Unione europea. E allora come se ne esce? Anzitutto con una riforma della giustizia che sappia interpretare le ragioni delle imprese e dei cittadini anziché limitarsi alla sterile difesa dei paralizzanti corporativismi.