Giuseppe Soffiantini, appena liberato, con la moglie Maria
Giuseppe Soffiantini, appena liberato, con la moglie Maria

Brescia, 13 marzo 2018 - Giuseppe Soffiantini, imprenditore del settore tessile, vero prototipo del self made man bresciano, viene rapito nella sua abitazione di Manerbio la sera del 17 giugno 1997, mentre è davanti al televisore che trasmette il recital dei tre tenori, Carreras, Domingo Pavarotti. Fanno irruzione tre uomini. Sono Mario Moro, ex pastore originrio di Ovodda e trapiantato a Ginestreto, frazione di Sogliano al Rubicone, Giorgio Sergio e Osvaldo Broccoli. La moglie di Soffiantini, Adele Mosconi, e la colf vengono imbavagliate e chiuse in cantina. Soffiantini è caricato su una Fiat Croma con al volante Agostino Mastio, originario di Galtello ma trasferito a Perugia. Il sequestro è stato ideato da Mario Moro, un pastore sardo, con l’appoggio di un basista locale, Pietro Raimondi, conosciuto in prigione.

L’ostaggio viene poi consegnato a un gruppo capeggiato da altri due sardi, Attilio Cubeddu, di Alzana e Giovanni Farina, di Tempio Pausania che lo nascondono i vari covi fra i monti della Calvana e nelle campagne fra il Grossetano e il Senese.La detenzione dell’industriale dura per 237 giorni, nei quali si vivono momenti tumultuosi e tragici. Il 17 ottobre 1997 i Nocs, i nuclei speciali della polizia, tentano un blitz. L’ispettore Samuele Donatoni si è sostituito a un emissario della famiglia incaricato di consegnare il riscatto. Si spara. Donatoni, uscirà in seguito in un processo, sarebbe stato ucciso dal “fuoco amico” e non da una sventagliata del kalashnikov di uno dei sequestratori. Il 25 gennaio 1998 una busta con una lettera di Soffiantini e una cartilagine di un suo orecchio (sono state tagliate quelle di entrambi i padiglioni auricolari) viene recapitata a Enrico Mentana, all’epoca direttore del Tg5, che legge la missiva la sera stessa.

Poche ore prima del rilascio Soffiantini riesca a fuggire. Per un’ora tenta una fuga disperata fra la Calvana e Montalcino, sopra Prato. Quando lo riprendono Farina e gli altri non lo puniscono, gli riservano invece sguardi di commiserazione e parole quasi compassionevoli. La famiglia versa un riscatto di cinque miliardi di vecchie lire. «Abbiamo pagato il riscatto. Ora, rapitori dimostrate di essere corretti: liberatelo», è l’appello lanciato dai tre figli dell’imprenditore, Giordano, Paolo e Carlo. Il 9 febbraio ‘98 Soffiantini viene gonfiato di cibo, rimpinzato fino quasi alla nausea. Trema di paura perché pensa all’ultimo pasto del condannato, si rifugia in pensieri di fede. Inizia un lungo, interminabile girovagare per erte e sentieri. A ogni passo lo stremato Soffiantini si chiede perché l’esecuzione ritardi tanto. Non sa che sta per tornare libero.

Lo rilasciano a Impruneta. Appena arriva la notizia, le campane di Manerbio suonano a festa. In una serata gelida una piccola folla intirizzita e festante di riunisce sotto casa sua per ricevere Soffiantini al suo ritorno. Mario Moro, ferito in un conflitto a fuoco, viene stroncato da una tromboembolia mentre si trova detenuto nel carcere di Opera. Giovanni Farina è arrestato in Australia. Prosegue la latitanza di Attilio Cubeddu. L’epilogo della vicenda Soffiantini riserva anche più di un veleno. Il generale dei carabinieri Francesco Delfino viene condannato nei tre gradi di giudizio a tre anni e 4 mesi di reclusione: secondo l’accusa Delfino, conoscente da anni dei Soffiantini, avrebbe truffato alla famiglia la somma di circa 800 milioni prospettando che sarebbero serviti per la liberazione.