Varese, 11 febbraio 2018 - Una piccola bara di zinco, tanto piccola, che racchiude una vita di vent’anni strappata, lacerata. Sopra il crocifisso della prima sepoltura fatto restaurare dalla mamma. Lidia Macchi torna a casa a quasi due anni dall’esumazione per una lunga ricerca di qualche traccia del suo assassino. La difficile verità sulla morte della studentessa di Comunione e liberazione trucidata con 29 coltellate la sera del 5 gennaio 1987. Passato e presente si intersecano a Varese nel giorno del ricordo di Lidia e del padre Giorgio, scomparso nel 2016. All’istituto di medicina legale di Milano la salma viene benedetta dal parroco di viale Argonne, don Gianluigi Panzeri, compagno di messa di don Antonio Costabile, il prete che benedisse il corpo straziato, al Sass Pinì di Cittiglio. Alla messa, nella parrocchiale di San Vittore, rione Casbeno, i canti sono portati dalla voce di Patrizia Bianchi, accompagnata alla chitarra dal marito. Le sue dichiarazioni sono il perno dell’accusa nel processo in cui Stefano Binda è imputato di omicidio. La Bianchi ha sostenuto di averne riconosciuto la grafia nella prosa anonima “In morte di un’amica”, giunta a casa Macchi il giorno dei funerali.

Una grande foto di Lidia all’ingresso della chiesa. Mamma Paola con i figli Stefania e Alberto. Alberto aveva 10 mesi quando morì la sorella, il figlio che gli nascerà si chiamerà Giorgio come il nonno. Con loro l’avvocato Daniele Pizzi, legale della famiglia e soprattutto amico. Carmen Manfredda, il sostituto procuratore generale che con determinazione ha riaperto il caso. Gli ispettori di polizia Silvia Nanni e Pippo Campiglio, che l’hanno affiancata nelle indagini. Tanti amici, tanti ragazzi della Cl di allora, a gremire le navate. "Alla fine - scandisce nell’omelia il prevosto Luigi Panighetti - la vita vince la morte. E Lidia e Giorgio godono di questa vittoria". Alberto legge il Vangelo di Marco. Stefania ha scritto parola dopo parola la preghiera dei fedeli. Il microfono porta la sua voce: "Per Lidia e Giorgio, perché dopo tanta sofferenza possano riposare insieme nell’abbraccio del Signore. Per Comunione e liberazione perché tenga viva la luce del carisma. Per gli operatori della giustizia cercatori della verità. Preghiamo".

"Quanta gente vuole bene a Lidia", pare stupirsi Paola Macchi, sul sagrato illuminato da un sole quasi irreale tanto è abbagliante, mentre la gente le si affolla attorno. Molti sono commossi, piange più d’uno degli ex ragazzi per un dolore lungo trent’anni. Le due bare affiancate, quella di Lidia ancora coperta da un drappo verde. Tutto è pronto nel piccolo cimitero di Casbeno perché lei e il padre si ritrovino, tornino a stare insieme, non si separino mai più. Per la prima volta, mentre si stringe i figli e si abbandona al pianto, Paola Macchi, sempre straordinariamente forte, cede al dolore. Carmen Manfredda le si avvicina: "Posso andare ad accarezzare Lidia?". Deposita una carezza leggera. "Possiamo?", chiede, sommessamente, uno degli addetti. Paola risponde che si può. Giorgio. Poi Lidia, accompagnata da una rosa candida. "Non aver paura, non ti fermare mai, perché il mio amore è fedele e non finisce mai", intona la voce di Patrizia Bianchi.