Rozzano (Milano), 14 gennaio 2018 - Due piani, un giardino immenso. Fioriere tonde, grandi come tavoli, statue alte un metro e mezzo. Fuori, davanti al cancello, qualcuno ha lasciato sacchetti di plastica e rifiuti. Quella che una volta era la villa di uno dei più grandi narcos della zona, ora è una villa fantasma, con le erbacce che l’hanno penetrata fin dentro le finestre a vetri enormi. Era l’abitazione di Mario Adduci che negli anni Ottanta ha dettato legge in materia di traffico di stupefacenti.

A quasi dieci anni dal sequestro, ora la villa vuole rinascere come punto di ritrovo, un posto «di aggregazione, con un forte valore sociale», ha sottolineato l’assessore alla Cultura Stefania Busnari. C’era anche lei all’incontro di ieri, un workshop che ha radunato cittadini, associazioni e studenti. Obiettivo: decidere cosa fare della villetta di via Molise al 5.

«Abbiamo avviato un percorso partecipato, coinvolgendo soprattutto le scuole, a partire dalle materne. Lì abbiamo iniziato a parlare di legalità attraverso spettacoli teatrali. Alle medie abbiamo organizzato laboratori, soprattutto nelle classi con situazioni difficili. Poi siamo entrati al Calvino e negli istituti professionali, programmando incontri per insegnare ai ragazzi non solo il rispetto delle regole, ma anche la responsabilità di pensare a come riutilizzare un bene tornato alla comunità», racconta Anna Maria Romagnolo, del gruppo Circola che ha organizzato l’evento. C’erano tanti ragazzi, sedicenni: anche loro hanno voluto portare un contributo e la propria idea su come sfruttare quel grande spazio.

«Abbiamo pensato a un Internet caffè, dove stare insieme e usare il wi-fi gratuito. Un punto di aggregazione non solo per noi giovani, ma aperto a tutti», afferma Carmine Faella. Un posto dove «anche gli adulti possono dare una mano. Per esempio, se qualche pensionato vuole aiutare con i compiti i più piccoli, o organizzare qualche laboratorio per tramandare una particolare abilità», aggunge Oscar Pria, pensando alle “sciure” che possono insegnare alle ragazze a cucirsi i vestiti, per esempio. Ma lo spazio è soprattutto per i giovani: «Fuori, ci starebbe bene un gazebo, per eventi: qualche concertino per le band magari. C’è un seminterrato: sarebbe perfetto come spazio compiti. Qui un luogo del genere manca», dice Nicolò De Agostini che ci vede bene anche «un orto collettivo, dove portare i bambini a coltivare la terra».

Tante idee per la testa di questi giovani, che hanno ben chiaro un concetto: «Abbiamo imparato che la mafia non è solo nelle storie di Peppino Impastato e dei giudici Falcone e Borsellino – dicono – ma nella vita di tutti i giorni. Nei bar, nei locali. Non è mafioso solo chi spara, ma chi non rispetta certe regole. La soluzione? I buoni devono stare tutti insieme. E continuare a lottare».