Milano, 21 settembre 2017 - Per definire Gary Payton è necessario utilizzare un aggettivo: tagliente. Come la sua lingua. In campo era uno stereo, parlava - anche con parole poco concilianti - in continuazione all’avversario per intimorirlo; caratteristica che non ha perso nemmeno dopo il suo ritiro, quando commenta la Nba di oggi. «Non ho ancora trovato un difensore forte quanto me, sono il più forte difensore di sempre».  Payton è a Milano, ospite d’onore della mostra Nba Overtime, e ieri ha consegnato in una teca della Smart Arena della Samsung District il “Larry O Brien Trophy”. Lui ne è degno, avendolo alzato nel 2006 con la maglia dei Miami Heat. «Sapete però, un titolo Nba non definisce una carriera e non lo fanno nemmeno i miei due ori olimpici. Lo fa solo l’introduzione nella Hall of Fame, quello è l’onore supremo. Invece il momento più emozionante è la notte del draft. Su quel palco ci si accorge che la propria vita sta cambiando: soldi e celebrità».

Jordan, Bryant, James: li ha affrontati tutti, chi è il più immarcabile?

«Nessuno di loro per me. Premetto, Jordan è il migliore di sempre; James è il migliore oggi. Ma attaccano da fermi e, restando in campo 42/44 minuti, si devono prendere delle pause per rifiatare. Marcare Stockton invece era un massacro: andava sempre a tutta birra e quei pick and roll con Malone erano un incubo».

Pronostico sulla stagione Nba che sta per iniziare.

«Non vedo chi o cosa possa fermare i Golden State Warriors. Sono pronti per essere una dinastia. Non hanno solo tanti punti nelle mani ma sanno difendere da squadra. È questo il loro segreto. Affronteranno ancora i Cavaliers e vinceranno di nuovo. Perché i Cavs e non i Celtics? Irving ha mai vinto qualcosa senza Lebron?».

Prima bordata. Si dice che James la prossima estate andrà ai Lakers...

«Lo vedo probabile. Sua moglie vuole così (seconda bordata) e il suo stretto giro di amici è già andato a Los Angeles. Sapete, Hollywood...».

Lei ai Lakers c’è stato. Il primo SuperTeam con Bryant, O’Neal e Malone. Eppure niente titolo...

«Troppi problemi interni. Malone giocava infortunato, Kobe e Shaq non si amavano e Shaq aveva anche un brutto rapporto con il presidente. Siamo riusciti a essere squadra fino alle Finals, poi ci siamo autodemoliti» (bordata numero tre).

La Nba di oggi le piace?

«Sicuro. Soprattutto i contratti pazzi per giocatori mediocri» (quarta bordata). Se le dico di nominare il suo quintetto ideale della storia del gioco si butta dentro? «No. Farei il sesto uomo. Sceglierei Magic Johnson, Michael Jordan, Oscar Robertson, Larry Bird e Wilt Chamberlain. Oggi invece direi Curry, Westbrook, Durant, James e Davis».