Milano, 7 gennaio 2018 - Cinque processi per un omicidio ancora senza colpevoli. E il sesto comincia mercoledì, a più di dieci anni dal massacro di Angelo Ogliari, venditore d’auto 43enne ucciso a martellate in testa nella sua villetta di Cremosano, nel Cremasco, a fine ottobre 2007. Alla sbarra come sempre, per la sesta volta, l’ex moglie di Ogliari Iolanta Lewandowska, 50 anni, e il tassista oggi 57enne con cui all’epoca lei conviveva, Edgardo Fagraldines, origini uruguaiane. È una specie di legal thriller a puntate, l’odissea giudiziaria che si trascina da due lustri cambiando sede - da Crema a Brescia, da Milano a Roma e ritorno - e alternando l’esito dei verdetti anche se in realtà dei cinque finora pronunciati solo uno è stato di colpevolezza per la presunta diabolica coppia. Ma sullo sfondo resta pur sempre la tragedia di un uomo ucciso senza pietà da assassini che potrebbero rimanere senza un nome e un volto. È naturalmente un processo senza certezze anche quello che inizia dopodomani davanti alla Corte d’Assise d’Appello milanese presieduta da Giovanna Ichino. Contro Lewandowska e Fagraldines nessuna prova, ma una pesante mole di indizi che è stata valutata finora in modo opposto dai diversi giudici che hanno affrontato il caso. È un fatto certo che, pochi giorni prima di essere ucciso, Ogliari aveva ottenuto anche dai giudici polacchi l’affidamento della figlia Diana, che l’ex moglie aveva sottratto e portato con sé in patria dai nonni. Così il venditore d’auto si era precipitato lì per riprendersela, senza però trovare la bimba. Testimoni hanno riferito di una frase pronunciata dalla donna in quei momenti: «Piuttosto che dargliela, l’ammazzo».

Per la pubblica accusa, un movente solido per il delitto. E poi gli indizi. Lewandowska e Fagraldines, che si trovavano in Polonia, rientrano in Italia proprio pochi giorni prima dell’uccisione e ripartono la mattina dopo, non prima di aver messo in lavatrice i loro indumenti e le scarpe di lui. E non c’è dubbio che il tassista pedina Ogliari prima dell’omicidio e si apposta davanti alla sua villa una notte. E che sul luogo del delitto viene ritrovata un’impronta di piede compatibile con quella di Lewandowska. I due amanti potrebbero aver agito in coppia e, per quella notte del 30 ottobre 2007, non hanno uno straccio di alibi. Sospetti, suggestioni pesanti: ma bastano per una condanna all’ergastolo? No, per il gup di Crema davanti al quale gli imputati (mai arrestati) chiedono e ottengono il rito abbreviato. Tanti indizi non fanno una prova, conclude il giudice nel 2011. È provato l’andirivieni della coppia dalla Polonia, ma succedeva più volte l’anno. Sui vestiti lavati gli inquirenti trovano macchie di sangue degli imputati, ma non della vittima. E il pedinamento di Ogliari, così come l’appostamento davanti alla sua villa, potrebbe spiegarsi non soltanto con la programmazione di un omicidio ma anche, più semplicemente, con i pessimi rapporti esistenti tra gli ex coniugi vista l’annosa questione dell’affidamento della bambina.

Tutto questo, compresa la compatibilità - non la certezza - che l’impronta del piede lasciata sul luogo del delitto sia quella di Iolanta, non supera i «ragionevoli dubbi» del gup cremasco. E la Corte d’assise di Brescia nel 2013 conferma quell’assoluzione piena di interrogativi. Ma al terzo capitolo del dramma interviene l’anno dopo la Cassazione che, con un primo colpo di scena, invece di chiudere definitivamente il caso ordina di rifare il processo d’appello perché i giudici togati e popolari devono tener conto del quadro d’insieme degli indizi, senza accontentarsi di esaminarli uno per uno nella loro incompletezza. Così il nuovo processo si celebra a Milano, non essendo Brescia in grado di formare una Corte d’Assise diversa da quella che ha già assolto. E per la prima volta, al quarto verdetto, nel 2015 i giudici milanesi condannano Iolanta ed Edgardo a trent’anni di reclusione. Gli indizi sono sempre gli stessi, ma vengono letti diversamente. Sembra finita ma non lo è, perché il caso torna per la seconda volta in Cassazione dove l’anno dopo tre giudici diversi dai primi annullano le condanne, ordinando di rifare per la terza volta il processo d’appello. Quello che ricomincia da capo mercoledì, senza alcuna certezza di poter giungere, anche stavolta, a un verdetto definitivo.