Le figlie di Domenico Brasca, Antonella e Roberta Rosa Maria
Le figlie di Domenico Brasca, Antonella e Roberta Rosa Maria

Saronno (Varese), 5 dicembre 2018 - Salgono a quindici le imputazioni di omicidio per Leonardo Cazzaniga. Al termine di un’udienza preliminare durata una ventina di minuti il gup del tribunale di Busto Arsizio, Luisa Bovitutti, ha rinviato a giudizio l’ex aiuto primario del pronto soccorso del presidio ospedaliero di Saronno per l’omicidio volontario di Domenico Brasca, 81 anni, di Rovello Porro, deceduto il 18 agosto del 2014. L’accusa è appesantita da tre aggravanti. Avere approfittato delle circostanze che ostacolavano la difesa da parte della presunta vittima (un paziente anziano, pre-terminale, cardiopatico, affetto da broncopneumopatia cronica e patologia tumorale ormai in metastasi), degente al pronto soccorso. Avere abusato «dei poteri inerenti ad un pubblico servizio». Avere impiegato «mezzi venefici».

Per l’accusa, il procuratore di Busto, Gian Luigi Fontana, ha chiesto il rinvio a giudizio. La richiesta dei difensori, gli avvocati bresciani Ennio Buffoli e Andrea Pezzangora, è stata il non luogo a procedere perché il fatto non sussiste. Leonardo Cazzaniga era presente. Il Gup ha ammesso la costituzione di parte civile delle figlie di Brasca, Antonella e Roberta Rosa Maria (nella foto Np), del marito di quest’ultima Gianfanco Preziosa (i coniugi rappresenteranno anche il figlio ancora minorenne), del figlio più grande della coppia. Sono assistiti dall’avvocato Fabio Falcetta. Accolta anche la richiesta del legale della famiglia di citazione dei responsabili civili Asst Valle Olona, Regione Lombardia, una società di assicurazioni milanese.

Il 18 gennaio, alla ripresa del processo a Cazzaniga, si riunirà un collegio con una composizione diversa dalla Corte d’Assise che sta giudicando il medico per procedere all’unificazione del procedimento Brasca con quello che vede l’ex vice primario imputato di quattordici omicidi, undici di pazienti in corsia e quelli di tre familiari della compagna di allora, l’infermiera Laura Taroni (la madre, il marito, il suocero della donna), già condannata in abbreviato a trent’anni di reclusione.

Domenico Brasca viene trasportato all’ospedale di Saronno attorno alle cinque del mattino. La crisi che l’ha colpito parrebbe superata, tanto che è lui stesso a rassicurare le figlie. Al contrario, la situazione precipita. Alle 10 l’anziano viene riportato nella sua abitazione, dove sopravvive per circa un’ora. Dopo la denuncia delle figlie di Brasca e dopo che il corpo era stato esumato nel cimitero di Rovello Porro, i periti nominati dal gip Piera Bossi avevano accertato la presenza di farmaci ansiolitci e neurolettici non previsti nel piano di trattamento terapeutico, somministrati in contemporanea a un paziente già seriamente compromesso. Gli esami dei tessuti del fegato avevano riscontrato la presenza di midazolam (ansilitico), promazina (neurolettico e antipsicotico), clorpromazina (neurolettico, impiegato contro la schizofrenia).