Milano, 8 marzo 2019 - 

DOMANDA:

Mi chiedo se non sia meglio insegnare ai nostri ragazzi poeti contemporanei invece di limitarsi agli autori del passato. Credo la scuola possa osare e debba iniziare a far leggere ai giovani anche Fabrizio De Andrè. Marco, Como

RISPOSTA:

Studiare letteratura significa venire a contatto con i testi più belli e maggiormente in grado di delineare il comune sentire di un periodo storico. La scuola con la letteratura apre alla bellezza e alla comprensione dell’uomo, passando in rassegna i migliori contributi. In quest’ottica, Dante assomma in sé tutto il Medioevo, Ariosto l’intero Rinascimento, Montale gran parte del Novecento. Perché fermarsi a due generazioni dall’attualità? Il premio Nobel per la letteratura a Bob Dylan nel 2016 ha legittimato lo studio dei cantautori, perché la motivazione è stata quella di «avere creato nuove espressioni poetiche». Si è trattato di una scelta che ha fatto discutere, contrastata anche da intellettuali di rango. Oggi, nessuno dei cantautori italiani e stranieri è inserito nel canone degli insegnamenti in nessuna scuola, ma sono certo che più di un docente tratti la poetica e l’opera dei cantautori. I testi di autori come Fossati, Guccini, De Gregori e De Andrè possano portare contributi utili per comprendere il mondo più recente, la storia italiana attuale, l’animo umano. Allo stesso modo, per i nostri ragazzi, ritengo possa essere interessante anche conoscere artisti contemporanei di altri settori, dalla pittura, alla scultura, alla musica. E in questo senso per estensione anche le opere di architetti, filosofi, giuristi e giornalisti, oltre a autori di teatro e cinema, possono aiutare i giovani a entrare in contatto con importanti aspetti della vita adulta. Il punto è che questi temi si possono trattare in quinta, ovvero l’ultimo anno delle superiori, quando il programma è già ricco e lungo: è già difficile completare la trattazione di quanto è scritto sui libri, aggiungere altre cose è una scelta dei docenti di non facile realizzazione.