Mario Beretta
Mario Beretta

Abbiategrasso (Milano), 22 marzo 2018 - Nella sua carriera da allenatore ha girato quasi venti panchine tra serie A, B e C. Negli ultimi anni, però, Mario Beretta è tornato alle origini, l’amore per il calcio giovanile. Dal 2015 è infatti il responsabile del settore giovanile del Cagliari e prossimamente lo diventerà del Milan. Il tecnico milanese in oltre trent’anni ne ha fatta di strada, ma la sua passione per il mondo del pallone è più forte che mai. L’Abbiategrasso fu la sua prima vera società dilettantistica in cui imparò il “mestiere”. Ci rimase tre anni dall’82 all’84. «In quel periodo feci un salto di qualità notevole - racconta Beretta -. Mi occupai in primis delle Scuola calcio, poi degli Esordienti e infine dei Giovanissimi regionali. Fu un percorso formativo importante e non nascondo che alcuni principi di quell’esperienza, specialmente comportamentali, sono ancora oggi il cardine dell’insegnamento ai nostri ragazzi». «I ricordi non possono che essere estremamente positivi - sottolinea il tecnico -. La cosa bella è che mi sento tuttora con molti dei ragazzi che allenavo. Loro stanno approcciando ora a questo lavoro e mi chiedono di tanto in tanto qualche consiglio. C’è un rapporto molto bello, significa che in passato qualcosa di buono è stato creato».

Dai primi anni Ottanta a oggi, il mondo del calcio è però totalmente cambiato e anche il mondo giovanile ha subìto una trasformazione radicale. E come in tutti i cambiamenti esistono i pro, ma anche i contro. «Sono cambiate le regole, le metodologie di lavoro, così come la possibilità di svolgere allenamenti più curati - spiega Beretta -. E sono cambiati anche i ragazzi; sono più brillanti, ma al tempo stesso meno propensi al lavoro e più rivolti alle nuove tecnologie. Noi come istruttori dobbiamo essere bravi a stimolarli maggiormente affinché possano innamorarsi del calcio così come i loro coetanei fecero anni fa».

La mancata partecipazione ai Mondiali dell’Italia ha poi fatto sorgere nuovi punti interrogativi sulla validità della macchina azzurra, a tutti i livelli. Il Bel Paese sembra non essere ancora al passo con le altre nazioni europee. «Alcune Federazioni europee sono più avanti - rivela l’allenatore -. Ma per migliorare dobbiamo passare da diversi step. In primis il rinnovamento delle strutture; in più abbandonare la ricerca spasmodica del risultato, puntando sull’aspetto qualitativo ed educativo. Il calcio è una scuola di vita, dobbiamo essere in grado di formare i nostri ragazzi anche con il coinvolgimento diretto dei genitori».

A tutto questo va a sommarsi una crisi economica che ha colpito e sta colpendo il mondo del calcio professionistico, ma soprattutto dilettantistico. Sempre più spesso numerosi club, anche storici, sono costretti a chiudere i battenti (vedasi l’Abbiategrasso). Le soluzioni, seppur difficili da portare avanti, secondo Beretta non mancano. «La crisi economica sta incidendo non poco, è vero - afferma -. Ma credo che per risalire la china bisognerebbe mettere da parte i campanilismi provando a unire le forze e a beneficiarne sarebbero i settori giovanili. La centralità dei ragazzi deve essere la chiave di volta. Se si guarda al solo risultato o all’immagine della società si aumentano solo le pressioni sugli allenatori e di conseguenza sui giovani, che faticano a crescere in serenità».