Lecco, 11 luglio 2018 - L'infermiera killer Sonya Caleffi sarà presto libera. In autunno, dopo aver scontato 14 anni di carcere, avrà saldato completamente il suo debito con la giustizia, nonostante sia stata condannata a vent’anni di prigione: tra 36 mesi di indulto e altrettanti di buona condotta beneficerà infatti di sei anni di sconto ottenendo la scarcerazione anticipata. Tra le cinque vittime accertate di cui la magistratura ha dato la responsabilità alla donna, anche Biagio La Rosa, un generale in pensione di 84 anni che viveva a Lecco. Lo uccise iniettandogli con una siringa una bolla d’aria nella flebo, provocandogli un’embolia. Lo stesso metodo applicato alle altre vittime. Il generale era cognato di Francesco Giordano, ora ultranovantenne, che a Lecco è stato commissario, questore, assessore e pure avvocato.

Sonya Caleffi entro ottobre verrà liberata. Quattordici anni di carcere per 5 omicidi: le sembra giusto?

«È una pura questione matematica, come per la condanna a vent’anni che dipende dalla scelta del rito abbreviato. La legge prevede questo e quindi è giusto così, il resto sono considerazioni che lasciano il tempo che trovano».

Lo dice da uomo di legge o da familiare di una delle vittime?

«Lo dico sia da familiare di una vittima, sia da uomo di legge. Ha pagato quello che doveva pagare e mi risulta abbia sfruttato l’opportunità che le è stata offerta di curarsi e cambiare. A questo serve il carcere».

Ma non prova rabbia verso chi ha ucciso suo cognato?

«L’ho provata, penso sia normale, ma è durata poco. Da parecchio ormai per lei provo solo tanta pena e pietà. La prima volta in cui l’ho incontrata mi ha assalito una grande tenerezza nei suoi confronti, si capiva che soffriva molto e non stava bene».

Quando ha avuto modo di incontrarla?

«L’ho incontrata nel 2005, era detenuta all’ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere, mentre io in qualità di avvocato rappresentavo gli interessi legali di mia sorella e dei miei nipoti».

Quando è morto suo cognato?

«È mancato nella notte tra il 26 e il 27 settembre 2004. Era ricoverato dal 23 per un aneurisma ma stava migliorando e se la sarebbe cavata, era un generale, un uomo dalla tempra di ferro. Ero andato a trovarlo solo la sera prima e stava bene. La sua morte improvvisa è stata una doccia fredda».

Voi familiari avete sospettato dell’infermiera quando vi hanno avvisato della morte del vostro congiunto?

«No, assolutamente no, non ne avevamo alcun motivo. Solo dopo il suo arresto a metà dicembre, dopo aver letto la notizia sui giornali, abbiamo cominciato a sospettare che anche mio cognato potesse essere stato ucciso da lei».

Come avete reagito?

«È stato un colpo tremendo. Un conto è sapere che una persona a cui si vuole bene è mancata per cause naturali, un altro invece è capire che è stata ammazzata e che se non fosse stata uccisa sarebbe rimasta con noi ancora a lungo. Mia sorella poveretta non si è più ripresa, si è lasciata andare, fino a morire anche lei».