Milano, 30 settembre 2020 -

LETTERA

Mio nonno faceva il contadino, mio padre a sedici anni è uscito di casa ed è andato a lavorare con un fratello in un’altra regione per poi approdare in Lombardia ed entrare in fabbrica. Non parlo di preistoria, parlo degli anni Cinquanta. Oggi una scelta del genere è impossibile. E non è positivo. Nicola P., Como

RISPOSTA

Se in media solo a trent’anni si arriva a pronunciare la fatidica frase “vado a vivere da solo”, qualche problema in Italia c’è per i nostri giovani. La prima spiegazione, sempre che non ci si voglia limitare a fare di ogni convivenza prolungata un fascio buttando là il solito “bamboccioni“, è che a una famiglia che in Italia esercita sempre un peso importante in termini di legami si sono aggiunti ostacoli sempre più difficili nel tempo, primo in assoluto quello del lavoro. E non è solo una questione legata alla scia di guai lasciata dalla prima ondata Covid. La tendenza a restare sempre più in casa ha subito un’accelerazione dal 2008 in poi, con una crisi che si è riversata sulle famiglie per cui anche restare sotto il tetto di mamma e papà non per tutti ha significato godersi agi e comode soluzioni, spesso è stato un passo obbligato per unire le forze e superare il peggio. Situazione che può diventare ancora più logorante se il lavoro continuerà a vivere delle incertezze attuali. Più che un Paese di bamboccioni, si rischia di diventare un Paese di imbambolati, fermi, allineati e coperti in attesa che il peggio passi. Si sia figli o genitori o nonni.

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