Massimo Bossetti
Massimo Bossetti

Bergamo, 15 ottobre 2018 - Il politico in visita nel carcere di Bergamo lo trova su uno dei letti a castello nella cella che divide con due detenuti italiani. T-shirt grigia, pantaloni grigi della tuta, ciabatte: Massimo Giuseppe Bossetti due giorni dopo che la Cassazione ha reso definitiva la condanna all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio. «Sono due giorni che sto qui disteso, due giorni che non mangio, solo frutta», spiega il muratore di Mapello dopo i saluti e la stretta di mano con l’ospite inatteso. Il colloquio prosegue in un locale sul corridoio che lo stesso Bossetti ha ristrutturato sostituendo anche la pavimentazione.

Ha saputo della condanna seguendo una diretta televisiva. Poi è arrivata la telefonata della moglie. Si attendeva la conferma dell’ergastolo, è la prima, inevitabile domanda? «Speravo che fosse concessa la perizia e di tornare in appello». È il suo leitmotiv, il mantra, il pensiero fisso. «Se il sistema è convinto che sono stato io, perché non mi ha dato la perizia? Allora c’è il dubbio. Se siete sicuri che sono colpevole, perché non ho avuto questa possibilità? Prima di condannare uno al carcere a vita». La parola “sistema” è entrata stabilmente nel suo vocabolario e ricorre più volte nel dialogo con l’esponente politico. Cosa può sostenere un uomo che fra pochi giorni compirà 48 anni, padre di tre figli, blindato per sempre per un reato orrendo? «Sono in vita per la mia famiglia. Grazie a Dio la mia famiglia mi è rimasta vicino». È a questo punto che Massimo Bossetti scoppia in pianto. Parla dei tre figli che non smettono di interrogarlo sul ritorno a casa. Per questo non si è ancora sentito di rivederli dopo il pronunciamento della Suprema Corte. Riesce a dire che riceve una decina di lettere al giorno, tutte, sostiene, di incoraggiamento. Scuote la testa alla domanda se riesca a vedere un futuro davanti a sé. «Vivo solo il presente». «Mi è crollato tutto - aggiunge -. Non credo più nella giustizia. Sono stato condannato senza avere la possibilità di difendermi. Ogni sera speravo che i giudici mi dessero la perizia. Adesso mi sento addosso un peso enorme. Mi sento un prigioniero di Stato».

Prima del congedo formula una speranza. Come “definitivo” sa di doversi attendere il trasferimento da via Gleno dove è detenuto da 16 giugno del 2014. Si augura che il nuovo istituto gli dia la possibilità di svolgere il suo mestiere di sempre, l’artigiano edile. La vita dell’ergastolano. Una condanna che non accetta come non l’accettano i difensori. Mentre i legali della famiglia di Yara sono pronti a replicare, a distanza, che sono stati 39, in questi anni, i giudici che si sono pronunciati per la colpevolezza.