Claudio Bonizzi nel suo laboratorio
Claudio Bonizzi nel suo laboratorio

Crema, 10 marzo 2019 - L’allarme arriva da un luogo simbolo, da uno dei più visitati: il Duomo di Milano. Anche la grande cattedrale ambrosiana soffre di guai strutturali e il grande organo cerca mecenati per subire un complicato restauro e chiede aiuto alla città. Ma fuori da Milano, spesso nascosti in piccole chiese di campagna, le angeliche voci degli organi soffrono le ingiurie del tempo in un difficile dedalo di norme di tutela, proprietà diverse e - soprattutto - di una cronica carenza di fondi per rimettere in funzione mantici e tastiere. Qualcuno si prepara a nuova vita, grazie ai fondi che associazioni, comuni e parrocchie - quelle più facoltose - sono riuscite a trovare. L’esempio è il Tempio civico di Lodi, dove fra grandi affreschi rinascimentali, l’organo sarà restaurato. Altri, anche antichi e preziosi, tacciono. Magari per una piccola parte deteriorata, che li ha resi inservibili. Un elenco completo è impossibile, ma una apposita sezione della Soprintendenza lombarda si occupa di tutelarli, di approvare i progetti di restauro o quantomeno di metterli in sicurezza. E c’è chi del recupero di questi giganti silenziosi ha fatto una professione, come Claudio Bonizzi, erede della tradizione ottocentesca della Pacifico Inzoli di Crema.

 «Quando apri uno strumento, devi sapere che va smontato e poi rimontato. Un organo solitamente è molto antico e alcune sue parti sono delicate. Per questo noi lo smontiamo, lo portiamo in fabbrica, restauriamo, sostituiamo, proviamo e, alla fine, rimontiamo. Un lavoro che prenda da 700 ore, nei casi più semplici, a 5.000 ore di lavoro». Claudio Bonizzi, erede con i fratelli della antica fabbrica di organi di Pacifico Inzoli, che affonda le sue radici nell’800, racconta la sua esperienza di lavoro.

Come si parte?

«Per prima cosa è necessario un approfondito sopralluogo. Stiamo spesso parlando di strumenti antichi e prima di intervenire dobbiamo informare la Soprintendenza e attendere il nulla-osta».

Una volta ottenuto il placet, che fate?

«Smontiamo. Dentro possiamo trovate di tutto. Spesso ci sono topi e piccioni morti, ma anche ghiri e i segni dei loro passaggi. I topi mangiano le canne e danneggiano lo strumento. Poi ci sono i tarli che attaccano il legno. Di questi insetti xilofagi ce ne sono ben 80 specie in Italia».

E voi che come intervenite?

«Smontiamo l’organo e lo portiamo in fabbrica. Qui a Crema controlliamo i vari pezzi. Per esempio, ripariamo le canne e sostituiamo quelle non recuperabili, anche se tendenzialmente cerchiamo di rispettare quel che è lo strumento».

In che modo?

«Per esempio, il somiere, che distribuisce l’aria alle canne, arrivata dai mantici, ha un rivestimento in pelle d’agnello, insostituibile. Per cui dobbiamo staccare le pelli usurate e metterne di nuove».

Ci sono parti che ricostruite ex novo?

«Sì, parti in legno irrecuperabili. Usiamo però sempre le stesse essenze, per non far perdere all’organo nessuna delle sue caratteristiche».

È un lavoro lungo?

«Lungo e manuale. La manualità è essenziale per una buona riuscita del restauro».

E quando avete finito rimontate tutto?

«Prima collaudiamo tutte le parti restaurate o sostituite per verificare il loro funzionamento. Quindi torniamo sul posto e rimontiamo l’organo».

Finito?

«Di solito scriviamo una relazione di restauro per l’archivio della parrocchia, della curia e della Soprintendenza che riguarda lo strumento restaurato, descrivendo la sua storia e raccontando come è stato costruito. Resterà a futura memoria».