"La mia vita dopo il basket"

Cerella si ritirerà tra pochi mesi e ha già delineato il futuro .

"La mia vita dopo il basket"

"La mia vita dopo il basket"

TREVIGLIO (Bergamo)

di Giuliana Lorenzo

Arresto e tiro e poi Bruno Cerella, tra qualche mese, smetterà di cercare di fare canestro. Il cestista in forza al Gruppo Mascio Treviglio, formazione di basket di A2, con lungimiranza e organizzazione ha già pensato al post carriera. In questi anni ha fondato, con il collega e amico Tommaso Marino, l’associazione benefica “Slums Dunk“ e ha lavorato al progetto imprenditoriale di Vivir Milano DC, società di Real Estate.

Questa è la sua ultima stagione, dove trova gli stimoli?

"Li trovo giocando in squadre che hanno obiettivi importanti. Lavoro insieme ai miei compagni per raggiungere qualcosa di bello. Alla mia età è bellissimo poterlo ancora fare. Ti svegli con uno stimolo diverso, ti siedi a tavola a mangiare rispettando il tuo corpo. È prendersi cura di sé stessi con la consapevolezza di avere uno scopo".

Come sta vivendo la stagione sapendo di finire?

"Alcune persone scherzano e dicono che non smetterò, invece, sono consapevole che la mia scelta anticipata nasca dal fatto che mi voglia organizzare e responsabilizzare. Ho avuto la fortuna di creare una vita fuori dal campo molto appagante, sono felice e orgoglioso che lo sport abbia fatto parte di me. Mi ritengo una persona fortunata per tutto ciò che ho vissuto. L’ho cercata questa fortuna e mi sono dato la possibilità di scegliere quando smettere e di farlo consapevolmente con serenità".

Cosa si porta dietro dagli anni giocati all’Olimpia Milano?

"Anni meravigliosi, Milano mi ha segnato e non solo come atleta ma anche come persona, è la città che ho scelto per vivere. Chiede tanto a livello di energie, è impegnativa, ma allo stesso tempo crea grandissime opportunità. Sono felice qui, mi piace. Tutto il periodo dell’Olimpia è stato meraviglioso. Ho raggiunto i massimi livelli della mia carriera, abbiamo vinto uno scudetto importante dopo tanti anni che mancava. Infine, mi sono divertito come un pazzo. Abbiamo vinto, fatto cose belle e ho conosciuto persone meravigliose".

A fine stagione finisce pure il suo amico Marino, vi siete condizionati?

"Sì, così facciamo una grande festa insieme (ride, ndr). A parte gli scherzi, è stata una cosa un po’ voluta, ci siamo detti smettiamo insieme, è una cosa bella. C’è una scusa in più per festeggiare tutta la nostra carriera e l’amicizia".

Insieme avete il progetto Slums Dunk…

"Mi riempie d’orgoglio sapere che, anche se il nostro obiettivo non è cercare talenti, ci sono più di 100 ragazzi con borse di studio per merito sportivo. Persone che non si potrebbero permettere di continuare a studiare. È motivo d’orgoglio. Poi abbiamo, ad esempio, Javan che oggi vive a Torino e gioca a pallacanestro con una borsa di studio. Ci vediamo spesso".

Come va l’Academy?

"La nostra missione è quella di promuovere valori per la vita attraverso lo sport. È un bellissimo modo di tirare fuori i ragazzi dalla strada, che in quei contesti significa droga, prostituzione, criminalità, violenza. Coinvolgiamo, con le nostre attività, ragazzi in ambiti puliti che possono avere un impatto e migliorare la vita. Oggi siamo presenti in quattro continenti e siamo super felici, perché già farlo in un solo paese è difficile. Ci siamo consolidati in Cambogia, in Argentina, Kenya, Zambia e nel territorio italiano ed è una cosa molto importante per noi. La nostra idea è quella di accorciare le distanze culturali del mondo con lo sport".

Il suo post carriera è già delineato?

"Sì, ho un progetto imprenditoriale: sono la terza generazione di una famiglia di costruttori. A 26 anni ho cominciato a fare piccoli progetti, con l’aiuto della mia famiglia che mi ha spiegato come muovermi. L’idea era quella di creare un piano B e di farlo in una città come Milano che può darmi grandi soddisfazioni. Volevo un dopo che non fosse legato alla pallacanestro come allenatore: mi piacerebbe essere padrone del mio tempo. In dieci anni questo mi ha portato a lavorare, con l’obiettivo di creare una realtà sostenibile nel tempo, una realtà che mi permettesse di mettere le mie radici dal punto di vista imprenditoriale qui in Italia. Sarebbe stato più semplice continuare a lavorare in Argentina, ma mi sono messo in gioco. L’ho fatto quando ero più giovane e questo mi ha permesso di arrivare alla fine della mia carriera, con una realtà tra le mani che è molto gratificante".